mercoledì 9 giugno 2010

Diario da Berlino 9.6.2010



Di SOTERA FORNARO



La stanza del poeta (per Nelly Sachs)

Eccola, la stanza del poeta. Un angolo cottura e una finestra sul fiume. Quattro per quattro metri per le superstiti tracce del passato: lettere, libri, manoscritti, disegni, acquerelli, una collezione di pietre, cartoline, effigi di santi, foto di cinquant’anni prima. La macchina da scrivere sul tavolino, il telefono, una lampada ed una coperta rosa, il colore dei fiori nel giardino berlinese - allora era bambina e c’era ancora il papà.

La stanza è a Stoccolma, il tempo: 1950.

La stanza è palcoscenico privato di ripetuti crolli nervosi, specie dopo la morte della madre che l’ha lasciata ancora più sola. Un regalo a lenimento: il Zohar, il Libro dello Splendore, uno dei più importanti documenti della mistica ebrea. Nella stanza illuminata dal Zohar la piccola donna di nome Nelly Sachs trova il segreto dell’intima connessione di tutte le cose. Folgorazione. La poesia, se mai ha un senso, è nella parola simbolo, che riflette la metamorfosi del reale, che coglie, delle cose, la nostalgia per il cambiamento, per il superamento dell’adesso nel possibile, e il dolore anche dell’ anelare a questo mutare, la tensione dell’itinerario mistico che conduce alla deflagrazione cosmica, quindi alla libertà.

Il linguaggio della poesia si adegua allora alla Cabala – e per noi che ascoltiamo diventa una sfida di immagini. In ogni anche insignificante oggetto è contenuto l’universo e il suo mutare. Connesso è l’universo in ogni più piccolo dettaglio, e la parola penetra l’ invisibile tenersi insieme e stare dentro il Tutto, e in esso si scioglie: e noi, il nostro ‘io’, è solo una cosa tra altre, scompare.

La vita di Nelly Sachs è stata un esercizio alla morte, non però per sopportarne l’ angoscia; al contrario è stata la ricerca di quei «dolci rabdomanti, angeli di quiete, che per noi toccano la segreta fonte che dalla stanchezza trapassa lentamente nella morte» (Ci esercitiamo già alla morte di domani).

La stanza, la «cabina» (Kajüte), i quattro metri quadri in cui Nelly Sachs vive, mangia e scrive, allora, è solo un punto in un tessuto di invisibili connessioni cosmiche. Il «punto iniziale» e dunque l’ombelico del mondo. Qui giungono tutte le linee dell’ universo, da qui dipartono. Per i Cabalisti, il punto iniziale del mondo è un «Eden nascosto». E Nelly Sachs si nasconde, perché vorrebbe sparire, dice, dietro il sussurro delle parole.

Nelly Sachs non è mai fuggita dal dolore, se ne è nutrita. «Il dolore serve a rendere la materia trasparente. Cioè matura». Così, persino Auschwitz si giustifica. E un dolore tanto introiettato respinge persino chi ne è stato compartecipe (Paul Celan ne sarà atterrito).

Nel maggio 1940, a quarantanove anni, Nelly Sachs riuscì a prendere uno degli ultimi aerei dall’aereoporto di Tempelhof, Berlino, dove era nata, inseguita dalla minaccia nazista. La destinazione era Stoccolma, e lì avrebbe vissuto trent’anni d’esilio – grazie soprattutto all’aiuto della scrittrice Selma Lagerlörf, a cui aveva dedicato nel 1921 sue piccole prose e con cui era iniziata un’intensa amicizia epistolare. A Stoccolma fu la costruzione della solitudine, intervallata da molti periodi in clinica psichiatrica. E la poesia?

A diciassette anni, in uno dei primi soggiorni in clinica, conobbe un uomo, se ne innamorò, non ricambiata: non mangiò più per due anni. Nelly è della razza di «coloro che muoiono, se amano». Per caso, il medico che la ha in cura vede e legge le sue poesie. La invita a scrivere, scrivere, scrivere. Ed ecco la poesia diventa farmaco per sopravvivere. La poesia la salva.

L’uomo, invece, resterà il grande anonimo, e la Sachs non volle mai rivelarne il nome, nemmeno quando, nel 1966, avuto il Nobel per la Letteratura, voraci occhi cominceranno a scrutare e a rovistare nella sua scarna vita e a corrodere i quattro metri quadri della sua «cabina». Quella vita che per lei era stata «fuga e metamorfosi».

Non disse il nome di quell’uomo nemmeno quando, in esilio, seppe della sua morte, commentata dalla poesia: Preghiera allo sposo morto. Dirà poi che tutta la sua poesia è scaturita dal destino tragico dell’uomo assente. L’assenza presenza forse più pesante nella sua vita, ma anch’essa dispersa nei fili luminosi che si intrecciano nella sua stanza da poeta.

Nella mia camera

Nella mia camera

dov’è il mio letto

un tavolo una sedia

il fornello da cucina

l’Universo come dappertutto si inginocchia

per liberarsi

dall’invisibilità –

traccio una linea

scrivo l’alfabeto

dipingo sul muro il motto suicida

sul quale subito spuntano germogli

e già tengo ferma la fronte alla verità

e allora comincia la terra a martellare

la notte si stacca

cade

dente ucciso dal morso -

(da Enigmi roventi, III, 1965; traduzione mia)

LA MOSTRA DEDICATA A NELLY SACHS (1891-1970), CON L’ESPOSIZIONE DEI SUOI OGGETTI E DI MOLTI INEDITI E LETTERE E FOTO, LA RICOSTRUZIONE DELLA SUA STANZA SVEDESE, E ALTRE TESTIMONIANZE E’ NEL MUSEO EBRAICO DI BERLINO SINO AL 27 GIUGNO. SARA’ POI A STOCCOLMA, ZURIGO E DORTMUND. LA RICCHISSIMA PAGINA WEB E’ http://www.nellysachs.com/ . IN ITALIANO SEGNALO: http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D111&cmd=v&id=11148 E L’ANTOLOGIA A CURA DI IDA PORENA, EINAUDI EDITORE, RISTAMPATA NEL 2006.

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