mercoledì 2 giugno 2010

Diario da Berlino 3.6.2010


Ee-Dd- Ii –Pp -Oo, il disgregato.

«LA FRONTIERA PASSA NEL CORPO CHE LA ATTRAVERSA: LA LACERAZIONE APRE IL PASSAGGIO» (Heiner Müller)

Di Sotera Fornaro




Edipo viene da molto lontano, eppure non può camminare. Edipo è – questo significa il suo nome - ‘colui che ha i piedi bucati’, il suo passo è una continua smorfia di dolore, è una danza sgraziata alla ricerca inutile di armonia.

Nel suo incedere per nulla regale, è diventato Re per caso. La sua strada è lastricata dall’assassinio. Giunge a Tebe, dopo aver ucciso uno sconosciuto e gli uomini che lo accompagnavano. Solo uno, il TESTIMONE, riesce a fuggire.

Giunge a Tebe, dopo aver risolto l’enigma della Sfinge che semina morte nella città: ‘chi è quell’essere che ha quattro, due e tre gambe?’. L’UOMO, risponde Edipo.

La Sfinge, il mostro, è ANNIENTATA dalla risposta. Edipo dovrebbe imparare la pericolosità della conoscenza. Non lo fa.

Il popolo gli è riconoscente. Rende lo ZOPPICANTE il suo Re, e la Regina vedova gli si dà in sposa.

EDIPO RE – anzi, TIRANNO.

Quando si apre il sipario, nella scena essenziale, spoglia, Edipo è un corpo a terra, un epilettico in preda a convulsioni. Con i piedi al suolo, batte un tempo, ossessivamente, mentre le scosse sono il respiro del suo corpo, è l’unica danza che gli è concessa.

La danza, e l’armonia, allo ZOPPICANTE è negata. Il tempo è il suo stesso tempo che scorre. E sta per scadere.

Sulla città una nuova malattia. Una nube gialla di disperazione, un morbo: la PESTE, su Tebe. (Sulla scena un’immenso sacco da pugile che si muove e getta ombre, un testicolo divino, una nube soffocante, un corpo gigante in putrefazione). Ed Edipo è RE – anzi TIRANNO. Deve salvare la sua città, dilaniata dal virus. E vuole conoscerne le cause.

Manda a chiedere al dio: perché il morbo giallo avvolge la città? La risposta è chiarissima: ‘qualcosa ne turba l’ordine. Tu, RE, devi allontanare quel è insostenibile. l’IMPURITA’’.

E’ un ordine generico. Non chiede un colpevole. Non indica una via. Per guarire una città/collettività, malata, bisogna epurarne gli elementi di disturbo. L’oracolo dà al tiranno un ordine POLITICO.

E’ Edipo, nella sua immensa presunzione, a dare un significato RELIGIOSO all’imposizione del dio. A credere che ci sia una COLPA all’ordine dell’ impurità.

Edipo, che ha già sconfitto la Sfinge, crede di sapere. Sa come interpretare gli oracoli. Povero Edipo, è un clown alla ricerca della verità, inconsapevole di essere solo un clown, inconsapevole di aspirare a quella verità che lo annienterà, e lo renderà pienamente ‘Edipo’, dai piedi incapaci e dagli occhi che più non vedranno.

La verità acceca.

La verità DISGREGA. La Sfinge non gli ha insegnato nulla.

L’attore rende il processo di annientamento, il suo corpo progressivamente si smembra come un manichino slegato: il corpo è «LA GHIAIA», dove il testo si scrive, per scivolare.

La parola è azione di morte, e nel caso di Edipo la parola è l’oracolo: parola difficile, parola enigmatica eppure di semplice nudità. Edipo crede, PRETENDE, di capirla, di spiegarla. E perciò vuole «illuminarla sin dall’inizio» e «dare la caccia alla verità dell’ oracolo»: così innesta l’azione tragica.

Edipo è l’uomo che pretende di conoscere, di sapere nel chiarore più pieno, abbagliante, «tutto, sin dall’inizio» (Vom Anbeginn will aber ichs beleuchten).

«Edipo interpreta troppo INFINITAMENTE» (Hölderlin) la sentenza dell’oracolo, e suscita l’orrore: perché la parola dell’oracolo si fa assassino.

Il sapere, se infrange il suo limite, si ECCITA nel sapere più di quanto si possa sopportare o capire.

E’ dunque la tragedia di Edipo la tragedia della COLPA? No, la tragedia della conoscenza. Della parola disgregante, che porta ad una conoscenza ESAGERATA.

Edipo giunge alla conoscenza, a sapere che è l’ASSASSINO del padre e il MARITO della madre. Il corpo dell’attore è completamente disgregato da questa conoscenza.

Tenendosi sui piedi malati, danza come un derviscio, l’estasi di AVER SAPUTO diventa vorticosa. E così si trasforma il corpo degli altri attori: i cittadini come avvoltoi urlano sul cadavere del Tiranno smisurato, che ha voluto sostituirsi al dio. Non ne ha ascoltato l’oracolo, ha voluto lui stesso farsi oracolo. La Regina madre e moglie non può più tollerare il proprio corpo, dopo aver SAPUTO. La parola assassina travolge tutti.

E INFATTI NON C’E’ POSTO PER IL SILENZIO.

La scena è di corpi lacerati, di urla insensate, Edipo balbetta, balbetta sempre più. Perde la lingua, perde la parola che l’ha assassinato.

La colpa di Edipo è non aver agito, ma essere passato alla TEORIA. PRASSI e TEORIA si contrappongono tra loro. Quando la prassi si fa teoria, IL TERRORE ENTRA IN AZIONE.

La teoria è il pericolo. La teoria che oltrepassa i limti, oltrepassa ogni fontiera di conoscenza. La presunzione della teoria (come quella del Dante dantesco). Edipo è una smorfia sempre crescente di dolore, sulla scena, e quelle smorfie sono la lacerazione, lo «STIGMA DI CHI VARCA FRONTIERE».

Restare. Edipo avrebbe dovuto restare, ‘tenersi dentro’ se stesso.

Invece.

Ci ha insegnato. Ci insegna.

«Oggi c’è un atteggiamento peverso nei confronti del tragico o verso la morte. Il mio ideale sarebbe: ‘VIVERE SENZA SPERANZA E SENZA DISPERAZIONE’, ma non è facile, bisogna impararlo a farlo, e io credo di riuscirci. I Greci, i contemporanei di Socrate, non percepivano alcun interrogativo del genere, non avevano né speranza né disperazione, vivevano, semplicemente. Con il ciristianesimo, l’atteggiamento tragico come arricchimento della vita e del teatro andò perso. Il tragico è un elemento che dà vitalità: se vedo un uomo andare in rovina, è uno spettacolo che mi dà forza; oggi invece la regola, la reazione diffusa, è ritenere deprimente la rovina di un essere umano» (Heiner Müller).


EDIPO TIRANNO, DI SOFOCLE, NELLA TRADUZIONE DI HÖLDERLIN, NEL RIADATTAMENTO DI HEINER MÜLLER, REGIA DI DIMITER GOTSCHEFF, MESSO IN SCENA A BERLINO, ALLA VOLKSBUEHNE DI ROSA LUXEMBOURG PLATZ, IL 27 MAGGIO 2010.

1 commento:

  1. .....come si può vivere senza speranza e senza disperazione?siamo circondati dalla disperazione....e confidiamo nella speranza,una speranza che, talvolta, non ha i contorni di un conforto...ma, sembra quasi un'altra forma di diperazione, forse più dolce, ma ugualmente devastante....

    RispondiElimina