martedì 4 maggio 2010

Un piccolo prezioso "Manuale per conquistare una città"



Di Sabrina Campolongo

Questo libro è un bell’inganno.
È vestito di leggerezza, di ironia garbata, di pungente umorismo, ti ci lasci portare volentieri, ti credi al sicuro.
Segui il sig. Pasculli nelle sue abitudini bislacche, ti pare un tipo divertente, non certo un rivoluzionario. Eppure lo è. Il Pasculli è un sovversivo. Ingannerebbe anche le forze dell’ordine, anche i terribili controllori, e di certo inganna il lettore, che sorride della sua sottile battaglia contro i giocatori delle tre carte come del suo ingenuo sogno di abitare nel negozio di mobili nella stazione del metrò di Loreto. Ma il Pasculli è tutt’altro che innocuo, questo libro è tutt’altro che innocuo.
Quando lo chiudi ti accorgi che non hai conquistato Milano, che non l’hai nemmeno addomesticata, ma che Milano ha piegato te, se ti sei riconosciuto in una di quelle figure che corrono anche se non sono in ritardo, che maledicono il mascalzone che ha avuto il cattivo gusto di andare a buttarsi sotto un vagone della metropolitana proprio il giorno in cui avevi un impegno fuori a cena, o una riunione alle 9.00 in ufficio, in una di queste persone genericamente vittime di una paura indistinta quanto feroce.
“I cittadini hanno paura di tutto. Hanno paura di uomini venuti da altre nazioni. Hanno paura di chi è povero. Hanno paura di chi è diverso. Hanno paura di chi ha paura. Una paura nervosa, lo spostamento su altri piani di un istinto di sopravvivenza divenuto isterico che si traduce in separazione, rifiuto, violenza.”
Ecco l’inganno. Non volevi leggere di paure che conosci così bene, non volevi guardare così da vicino i mendicanti, i musicanti, i pazzi, i venditori di borse, i writer e gli zingari.
Ci hai messo anni di duro esercizio per acquisire lo “sguardo milanese” (se ci sei nato, peggio per te), quello che sorvola e non vede, quello che è finalizzato all’obiettivo, in continuo aggiornamento, meglio di un navigatore satellitare: scale, biglietteria, obliteratrice, scale, tabellone, marciapiede, ancora tabellone, vagone, luci, porta, sedile, pavimento.
Fermarsi è stare dentro la pena, il dolore, la paura, la partecipazione, il contatto, la poesia, la vita. Fermarsi è assumersi delle responsabilità, questo sì che fa paura.
Fermarsi è fare delle domande, farsi delle domande, non accettare.
Fermarsi è sovversivo. Come questo piccolo, prezioso, “Manuale per conquistare una città”.
Che riesce persino a essere divertente.

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