domenica 2 maggio 2010

Diario da Berlino 4



Di SOTERA FORNARO


Anima stroboscopica (Berlino 2010). Parte prima.

…l’amore, da una parte l’amore, l’amore innanzitutto è una domanda, un’esigenza, senza amore non siamo, e allora l’amore è anche un peso, l’infinito sulle spalle, amore e cosa cerco, cerco caldo per le mani, i piedi sempre freddi, cerco vita, dò vita, tocco di bacchetta magica, tocco innanzitutto, tocco solamente, spalancata vertigine e voragine, l’abisso coperto di cellophan, il buco nella rete, nascosto malamente: rimane la crepa, nonostante l’amore, proprio perché esiste anche l’ amore, crepa profondissima, inattingibile, gelosamente serbata, chiusa, richiusa, rinchiusa, bendata di platica leggera, nocciolo oscuro del noto, tutelato, vivere nel caos. “Vivere nel caos è lo stato a cui soprattutto si deve tendere” (Airen).

Tutto, tutto va verso il caos, al caos ritorna, è un automatismo come scrivere, come bere, come mischiare cocaina e chetamina quanto più possibile, nel fine settimana di notte con luna piena, la musica dentro, la musica che porta ogni atomo a frizzare, vai avanti e vola, l’incantesimo accade, accade tutto intero, in un attimo, in un flash: capisci che non crescerai più, allora se non più il corpo, deve crescere il sentire. Esorcizzi l’ ansia che tutto finirà comunque, orientandoti con la stella polare degli eccessi. Luce stroboscopica. Oltre quella illusoria stella, luce-sogno che non c’è più, è passato, c’è forse il Nulla, se potessimo definirlo. Berlino, Schönauserallee.

Vita d’artista? Credi che sia glitter, sporcizia e paillettes, invece è mangiare ogni due giorni, euro che bastano appena per gli ingressi nei club, stroboscopia e giochi d’ombra colorati sull’irreale, sequenze di vita, sembianti di reale, pillole che contengono l’artificiale, dilatano il tempo e rendono sottili le pupille, aghi di pino infissi nella cornea: eppure: è sempre meglio di una vita sordo-muta per un amore definito. Invece ascolto, ascolto senza tregua, ascolto senza respiro, il basso viene da dentro. Techno nell’anima.

Berghain, il club di chi senza disperazione non sa vivere. Berghain, il mito. C’è chi lo ha già lasciato in eredità ad un’altra generazione. Il culo a mela fasciato verde di lei al Panorama bar, esitazione, poi fuck it and straight into the night, in quell’esatto momento esplode un basso e si rifrange in mille precisi frammenti, proprio mille non uno di meno o in più. Li conto. Urlo muto. Muoversi. “Stralunato suono furioso” (Maurizio Iorio).

Non è vita d’artista, è speed, anfetamina, una corsa di topo impazzito in un magazzino a schivare le trappole, voglia di vivere in un futuro lontano, Blade-runner, non un dio né una morale ci trattiene dal zig zag cieco in corridoi senza finestre di un’epoca elettrica. Ed il personale paradiso: ecstasy. Il sassofono suona da dentro. “Angeli ammalati in preda al disordine morale” (Maurizio Iorio)

Allora si va da Maria am Ostbahnof, la musica fuori insegue la metropolitana, Warschauerstrasse la fermata elettronica, il sassofono ancora sempre dentro, la terrazza di cemento sul fiume anche quando è inverno e sono meno dieci, speed, ancora una canzone, ancora una canzone adesso. Anima di stroboscopie. E’ flusso, è corrente, è musica. Berlino, come nessun altro luogo al mondo. Techno-Mecca.

E poi: si vive solo una volta. Lo penso, in quattro su un letto, due ragazzi e due ragazze, ho fatto sesso con tutti, perché si vive una volta sola, ho calpestato distrattamente la cicca di ogni divieto, perché si vive una volta sola, ho cominciato a tirare, a bere e a scrivere blog contemporaneamente, bei giorni quelli, si vive una volta sola, tutto deve piegarsi all’unica possibilità che hai di vivere una volta sola, nessuno ti pagherà per aver ceduto, aver obbedito, aver inseguito qualcosa. Ma se tu non NON vuoi raggiungere qualcosa, se non hai méta, se te ne fotti degli obiettivi, allora non puoi far altro che coerentemente fallire. Berlino Berghain, ed è già parole a caso, ed è già intensità sprecata, e so già che domani non ti riconoscerò, mentre provi a raggiungere con la lingua la musica che nasce da dentro. Solo chi esce dalla confusione può vedere chiaro, solo dal caos parte la strada verso il paradiso.

Berlino, brucia romba ‘brummt’ vibra chiama, legno consumato e pelle e polvere, balliamo, erba, birra e nuvole di sound, Berlin calling, Hippies Rasta Negros Latinos Turchi e noi, occhiali scuri a trattenere la stroboscopia, figli perduti di un tempo perduto, da giorni di 36 ore, la techno ha un significato esistenziale, fluisce, si liquefa; hör zu, ascolta.

Poi, succede: trasmissione interrotta, Berlino invia segnali, ma il ricevitore è andato, finito, kaputt. Strascichi di techno nel respiro. Minimal però. Sleeparchive.

Poi: ci mettiamo in chillout, e abbiamo momenti intimi alla prima luce del sole.

Per poco.

Poi: si ricomincia a ballare.
(Chi crede che tutto ciò abbia poco a che fare con la letteratura verrà presto smentito)

4 commenti:

  1. tre visioni di un segreto, hai scritto il groove che mancava. one night before a gig


    caterina

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  2. Vorrei però che qualcuno mi spiegasse il cuore del segreto

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  3. dovrebbe essere nel 3. tre volte si dice arte e tre volte si dice vita. dopo tre volte si capisce che sono la stessa cosa e diventa una visione del segreto. e poi ancora, fino a tre visioni, ma del cuore del segreto, hai ragione, almeno io di quello proprio non so

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  4. ...forse il cuore del segreto risiede nel segreto stesso, qualunque esso sia,qualunque forma abbia, qualunque colore abbia, qualunque nota, qualunque musica,qualunque vita...è il cuore del segreto..e come quello umano, nasconde un 'tutto'che va al di là d'ogni confine valicabile e materialmente immaginabile.....

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