lunedì 24 maggio 2010

Diario da Berlino 24-5





Le sbarre nel cervello

di SOTERA FORNARO


Questo è un acquerello di Rainer Küchenmeister, professore di pittura all’ Accademia delle Arti di Karlsruhe e Parigi, morto il 6 maggio all’età di 83 anni. Rainer era berlinese, nato nel quartiere più operaio di Berlino, nel profondo est. Il padre fu ghigliottinato da Hitler il 13 agosto del 1945. L’ultimo ricordo che Heiner ebbe di lui, fu una carezza, mentre gli uomini della Gestapo lo aspettavano sulla soglia, una carezza «come quella che solo un padre fa a un figlio», e un sussuro: ‘Arrivederci, ragazzo’. L’accusa era senza scampo: tradimento allo Stato e al Führer.

Rainer aveva 16 anni; fu arrestato anche lui con la stessa accusa, e rinchiuso nella prigione di Alexander-Platz, al quarto piano. Proprio sulla cella sopra la sua, c’era una ragazza di ventuno anni, una ceramista, Cato Bontjes van Beek, anche lei una ‘traditrice’ del Führer: aveva dato da mangiare a dei prigionieri francesi. Cato, dalle sbarre della sua cella, cantava melodie che rallegravano tutti. ‘I pensieri sono liberi’ – cantava. A Rainer mandava bigliettini sospesi ad un filo. Si scambiavano messaggi picchiando in codice con le nocche sui pesanti muri. Si amarono così, come si ama la vita. Cato venne decapitata il 5 agosto 1943.

Rainer rimase diciotto mesi in quella cella ad Alexanderplatz, poi fu condotto in un campo di concentramento per ragazzi, a Moringen: e lì, nel 1945, dovette subire anche la prigionia sovietica. Negli ultimi anni, parlò molto in ricordo del suo amore di gioventù ghigliottinato, del padre, e di quel gruppo di Resistenza che i Nazisti chiamarono spregiativamente ‘Orchestra rossa’: ‘rossi’ perché comunisti, e ‘pianisti’ perché con le dita inviavano segnali radio ai Russi, ‘spie’ al servizio di Mosca. Le cose non stavano così. Erano uomini coraggiosi, anche ragazzi, che non tennero in conto se stessi per lottare senza mezzi contro il mostro, Adolf Hitler. Queste vite furono dopo dimenticate, lo sono in parte adesso, quando non addirittura diffamate.

Rainer Küchenmeister non poteva dimenticare.


Aveva promesso a Cato, in uno dei bigliettini che percorrevano le mura della prigione attaccati a fili sottili, che sarebbe divenuto un pittore. Mantenne la promessa. Le sue figure su tela non hanno occhi. Nelle sue sculture al posto della testa vi sono grovigli informi, insetti di metallo, plastica, pelle che brulicano su tronchi tagliati. Questo il ricordo di quel che la prigione ed il nazismo gli aveva fatto: nella testa, solo orribili astrazioni, ricordi da cui guardarsi.

A cosa ha pensato, Rainer Küchenmeister nei suoi ultimi momenti? Al suo amore di cella, e alla sua immensa nostalgia della vita, forse. Alla madre, morta a 38 anni in un bombardamento. Al padre, ghigliottinato da Hitler. Forse. Forse ad un nuovo viaggio. Forse alla luce, dopo tanto buio. A noi resta il dovere di ricordare e ricordarlo.

A noi resta il coraggio di guardare questo suo acquarello, e le sbarre nel cervello.

Per chi legge il tedesco qualche notizia in più in: http://www.neues-deutschland.de/artikel/171510.im-kopf-das-gitter-vom-alex.html. Dell’ ‘Orchestra rossa’, delle sue donne, ho già parlato altrove (http://www.viadelvento.it/catalogo/scheda.asp?IDlibro=159), ma non basta.

2 commenti:

  1. carmine vitale2 giugno 2010 14:26

    straodianario
    un pezzo bellissimo
    c.

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  2. ...sono un'amante della storia dell'arte...e, di solito, vedo sempre oltre i colori, e le forme, e i contorni, e...questa volta è difficile guardare oltre quello che c'è,realtà nuda e cruda....è un acquarello davvero angosciante...ma perchè i colori?perchè il rosso, perchè il viola?
    P.S.: vorrei ulteriori informazioni sull'artista, se possibile.grazie..

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