lunedì 26 aprile 2010

Diario da Berlino 2


Di Sotera Fornaro

Palazzo della Repubblica. Prima della caduta imminente ma ancora silente. Palazzo della Repubblica, luglio millenovecentoottantanove. Palazzo impenetrabile e immobile, disarmonia architettonica accecante, ossimoro storico, paradosso potente. Costruzione surreale, come a suturare un arto con cellophan. Specchi neri. Forza, angoscia, oppressione, solida imposizione di un inconscio collettivo tremante, in allerta sempre.

Palazzo della Repubblica. L’ho rivisto, ormai opaco, dicembre 1992, aghi di ghiaccio sui vetri ancora integri, lacrime pietrificate, lago scuro a raccogliere le luci della grande ruota del Luna Park: mercato di Natale dai sorrisi ibernati, currywurst e patatine tra i souvenirs di colbacchi con le stelle rosse, falsi frammenti di muro; 1992: la ferita esibita e svenduta, marchette di matrioska, la città dell’est come una vecchia puttana che vanta competenze non usuali e non teme di mostrare cicatrici di passate infezioni. Natale 1992: l’assedio ai grandi magazzini è presto finito, il paese di balocchi fa i conti, conti non metaforici, bollette, disoccupazione, epurazioni; i funzionari destituiti, la terra, fraterna e riunita, si rivela invece terra da colonizzare, dalla fabbrica all’industria all’università. Guerra civile a suon di marchi.

Smarrimento nel popolo degli spiati, che nei dossier ancora segreti trova una rassicurazione esistenziale: c’eravamo, vivevamo, non abbiamo sognato. Vagano per le strade quasi chiedendo attenzione, tutti gli ex funzionari davanti ai quali si balbettava, perversi esecutori, ancora, di un ordine in cui credevano, senza ipocrisie. Vagano per strada e non abiurano, a nessuno interessa più persino il loro pentimento. Svuotati. Fissano la Sprea come un tempo fissavano le persone. Li ho visti, li vedo ancora, nella loro immensa solitudine, dopo vent’anni li riconosci dal disorientamento con cui guardano le cose.

Ed erano in tanti nel dicembre del 2007, nel Palazzo della Repubblica ormai senza vetri, uno scheletro velenoso dove si esponeva arte e musica; li vedevi tra le installazioni stupefatti, le mani nei giubbotti verdi come allora, increduli ad aggirarsi in quel posto adattato a museo, nei piani dove non erano mai potuti salire, sui divani di pelle lasciati nelle sale senza intonaco dove mai avrebbero potuto sedersi; li vedevi guardare le cantine, i rifugi atomici, le vie di fuga, e poi: la sala del parlamento completamente spoglia, ironico solo il lampadario enorme dorato senza più luce, sbilenco. Passavano tra i quadri, i video, le musiche, indifferenti, ‘guarda – diceva senza convinzione un giovane padre magro al bambino dagli occhi assonnati – questa è arte’, ma per quegli uomini sui sessanta anni, giubbotti verdi, occhi indefinibili, capelli bianchi corti, scarpe marroni, tutti uguali, anonimi, senza qualità, non erano le mostre che contavano: era lo scheletro, tempio profanato, storia come carta da parati lacerata. Camminavano nel Palazzo saccheggiato e provavano intatta l’angoscia, il timore di entrarvi, anche allora che era ridotto in quello stato, anche allora che vi circolavano artisti giovani colorati e ignari, qualcuno che manifestava e invitava a firmare ‘contro la demolizione’, musica tecno vibrante tra le mura: l’ultima possibilità di vederlo, il mostro fagocitante, Polifemo privo dell’ occhio, prima che ne venisse misurata tutta la residua velenosità.

Amianto: il ciclope resisteva anche accecato, non poteva essere abbattutto tutto d’un fiato o sarebbe stato letale. Amianto: nel respiro, nel sangue, nella mente, nella paura disseminata. La paura non perdona, la paura è ferita purulenta, si risveglia quando credi sia possibile ricominciare a vivere. Colpo di coda della storia: radere al suolo, adesso, portava conseguenze calcolabili. Il gigante sorrideva, nel suo antro nero. E non tremava, smagrito in pura geometria di forme vuote, ossa consunte, impossibile il ricordo degli stucchi e dei dorati, del marmo nero a sfondo di un rosso vivo, sanguigno. Il Palazzo consumato dal cancro del tempo continuava comunque ad inquisire, a entrare nelle coscienze, a chiederti conto di ogni respiro, gesto, azione. A terrorizzare.

E loro, le formiche insignificanti che vi avevano brulicato intorno, che avevano eseguito ed erano diventati i suoi mille e mille occhi e le mille e mille orecchie e mille e mille mani come carta oleata avviluppata a ogni cosa, loro adesso, insicuri, increduli, stupiti, lillipuziani della storia, in quello scheletro pieno di letale amianto chiedevano un nome, un numero, qualcosa, un ruolo, un ordine, un imposizione, un castigo, uno sparo, uno schiaffo, qualunque cosa, che li richiamasse in vita, che li tenesse in vita.

Li vedevi, li riconoscevi subito, quella sera, i pugni stretti nei giubbotti verdi. Qualcuno fuori, sul parapetto del fiume, all’ombra, lontano dai fari delle mostre e dai colori delle installazioni. La testa chinata sul petto, piangeva.

Oggi il palazzo non c’è più. Ed oggi, 23 aprile duemiladieci, prima vera giornata di primavera berlinese, il sole regala mille riflessi di verdi alla Sprea, il vento gioca con la polvere dei cantieri. Ma oggi – sembra incredibile - alzi gli occhi e vedi l’azzurro, un azzurro che nemmeno la Grecia ti regala, un azzurro di nevi sciolte e di luce nordica. Il Palazzo non c’è più. Io l’ho visto, allora. E per me ‘storia’ diventa qui, sempre, una parola viva.
Allora vorresti toccare questo cielo azzurro con brividi di nuvole, ed è facile. Sali su una struttura di tubi e metallo, una terrazza per guardare nel cantiere del castello di Federico il Grande che stanno ricostruendo tal quale. La storia si ripete? Guardi in giù, e vedi monti di terriccio e ruspe, vedi scantinati visibili con le porte e le mattonelle bianche, intatte: ma non è quel che resta, il niente della distruzione, è quel che rinasce. La storia si può ripetere? Inquietudine alla risposta. Lo stridio di un disco rotante che taglia pietre e tubi, i battiti di martelli penumatici, lo scavare: a nord la sfida aperta della torre della televisione di Alexanderplatz, a sud l’angelo non caduto della colonna della vittoria brilla, ed è pronto a spiccare il volo; ad est, incombente, il duomo dalle annerite statue; quasi da sfiorare il fiume verde di gelsomini in fiore, le chiatte pigre, i traghetti del fine settimana che seminano flash di foto. Sull’acqua galleggiano come ninfee i riflessi dei mattoni rossi del municipio. Una mongolfiera di alza, proprio dal punto dove era la sede della Gestapo, una biglia caduta dal cielo da spingere in buca con uno schiocco di dita, come quando eri bambina. Nel giardino ‘dei divertimenti’ davanti all’ Altes Museum, un giocoliere fa alzare in volo una catena di piccoli aquiloni, che seguono docili il vento e disegnano volute e spirali. Sentinella su tutto una gru, compasso di immaginarie geografie.

E vorrei essere lì, nel prato che fa da sponda al fiume, e stringerti la mano, e carezze, e baci, e toccarsi lieve, e promesse, e baci ancora, e desiderare a stento trattenuto, e vorrei tenerezze e altro, lasciare impronte su un terreno umido di storia, io umida di te, prato di rugiada, terra di primo amore, seguire il ritmo dei battelli che passano, vorrei essere lì, come quei due ragazzi abbracciati all’ultimo sole. E ho infinita nostalgia di quel che siamo stati, mentre mi perdo nelle piroette festose colorate luccicanti dei piccoli aquiloni incatenati, un’audace stella filante nel cielo sopra Berlino.

E mi manchi. Immensamente mi manchi.

Nessun commento:

Posta un commento