domenica 25 aprile 2010

Diario da Berlino


DI SOTERA FORNARO


Ho nostalgia di Berlino. In tedesco direi Heimweh, che è ´dolore di non essere a casa´.
Ma Berlino non è la mia casa, non lo è mai stata. E non voglio che lo sia. La casa rassicura, è un punto fermo, una capanna nel bosco, un miraggio ed una méta. Voglio invece straniarmi a Berlino, voglio che Berlino mi alieni, mi dilani; voglio mi renda instabile, in bilico, doppia e dimidiata. In sospeso, prima di scivolare. Voglio che mi assalga, mi scavi dentro buche profonde, mi avvolga di nebbia e di voci. Voglio che mi dia ricordi ingombranti, storie pesanti, lacrime trattenute; voglio che mi interroghi con la luce puntata. Non ho e non voglio una casa, a Berlino. Vi voglio trovare invece le mie radici strappate.
La prima volta fu l’ Ottantanove. Era luglio. L’aereoporto di Tegel un capannone di mattoni rossi, deserto. Roma-Berlino l’ultimo volo della Interflug, al tramonto. Odore di strutto fritto e crauti. L’unico albergo accanto pareva piuttosto un ospedale dismesso, sporco e vuoto. La prima volta fu una stanza di letto in ferro e coperta militare, niente da mangiare perché troppo tardi, un portiere triste e silenzioso: dopo avermi dato la chiave scomparve, lasciandomi in un edificio di notte senza echi. Non chiese nemmeno i documenti. All’alba, come un’amante insoddisfatta, presi un treno per la città del Doctor Faustus, per Halle. Berlino striscia lontana, una costa nemmeno sfiorata.

Era il luglio Ottantanove. Luglio di sussurri per strada, di sguardi biechi e sempre in cerca, di mura senza pubblicità, di insegne mancanti, di vetrine incrinate. Luglio di polacchi che cambiavano in nero, circospetti anche in una stanza chiusa, in piena notte e in penombra. 1 a 10 era il cambio, che vuol dire: con un marco occidentale potevi vivere due giorni. Luglio di ´Mitropa´, gli empori dell’ Est, scaffali semivuoti e polverosi: i commessi con grembiuli azzurri, in attesa; bisognava sapere a chi e come chiedere, e allungare senza nemmeno troppa discrezione dollari sotto il banco. Luglio di macerie per strade e piazze, alcune monumento alla memoria, altre invece all’incuria: luglio di case con le finestre ancora trafitte, mura sberciate, tubi rotti e tracce per fili senza elettricità. Lavori perennemente in corso. Fissavi negli occhi ciechi di quelle finestre, e vedevi ancora famiglie strette tremanti ai bombardamenti; vedevi lingue di fosforo e cantine di sudore e piscio; vedevi mura diventate croci per le donne tedesche all’arrivo dei russi: le spalle trafitte dalla legge del non perdono, le gambe sanguinanti senza possibilità di poterle almeno lavare, le fughe disperate e il loro rassegnato vendersi al miglior offerente per mangiare. Tutto questo vedevi nei fantasmi di case, che si aggiravano nel limbo dal millenovecentoquarantacinque; e nelle narici penetrava l’odore degli incendi e della fame, dei corpi fosforizzati; nelle orecchie un raschiare insistente, contro l’ intonaco, di mani nude rigate di sangue alla ricerca di qualcuno sotto la polvere, mani bambine capaci di sostenere carrettate di dolore e di colpa.

La colpa, la annusavi, come un predatore le tracce. La colpa impregnava l’aria di quel luglio millenovecentoottantanove. E fu lì che ‘guerra’ per me divenne una parola viva.

Luglio Ottantanove. La giornata si apriva col proclama ineludibile di un megafono sul muro alto della caserma di fronte allo studentato dov’ero, ai margini di una delle tante ‘Nuove città’ bianche e quadrate, mentre le vecchie erano lasciate a marcire e a mostrare le purulente ferite. La caserma era immensa, i militari erano ragazzi dalla pelle bianca e gli occhi liquidi, quasi bambini in un gioco. Alle sette in punto il megafono annunciava che bisognava essere riconoscenti agli amici sovietici liberatori dal fascismo, e questa litania era il libro delle ore, salmodia inascoltata ma costante e inevitabile, un metronomo della memoria ormai perduta e soprattutto sfinita. A ribadirla, striscioni dipinti in rosso sospesi ai muri e sbattuti dal vento, che nessuno ormai da tempo leggeva più.
Luglio Ottantanove. La ragione di quel viaggio era un corso di cultura tedesca e marxista, generosamente pagato dalla Repubblica Democratica, che regalava una cospicua borsa di studio in vuoti marchi tedesco orientali; eravamo due dall’Italia e non ho mai capito perché proprio io, che non ero laureata in tedesco e politica non l’avevo mai fatta. Mi avevano messo in guardia: non andare, avrei perso poi la possibilità di un’altra borsa nella Germania ricca e migliore, mi avrebbero schedata in non so quali registri di comunisti da tenere alla larga. E´pericoloso – mi dissero. Senza sapere che era proprio quello un invito a provare. Nel luglio Ottantanove, in Italia, nessuno credeva veramente che la Germania sarebbe stata presto una e basta. Qualcuno, che mai avrebbe avuto il coraggio di andarci, parlava a vanvera di utopia realizzata. Convinzioni ed analisi politiche di chi non sa ascoltare. Ed eccomi nel paese di cuccagna, nel sogno della democrazia. Peccavo di ignoranza e di poco studio, mancavo di scuole e di tessere di partito: ma sentii, nella vergogna della guerra che ancora si spandeva come un morbo nelle periferie sfatte di Halle e Dresda, nei volti non rassegnati ai proclami russi senza tregue, nell’illuminarsi delle pupille davanti al mio passaporto italiano, sentii – come sente un gatto in calore - che quello era più del crepuscolo di un mondo. Era il suo inarrestabile precipizio.

A cosa realmente fosse destinato il corso di cultura, letteratura e marxismo si capì dal primo giorno. C’era qualche portoghese, e poi solo gente dall’est. Le donne non superavano mai i trent’anni. Gli uomini invece li superavano di norma ed abbondantemente. Erano per lo più giornalisti della Pravda specializzati in problematiche tedesche, le discussioni cominciavano alle sette e mezza del mattino, dopo la colazione di caffè e il pane nero spalmato di strutto; partecipai solo ad una seduta sull’interpretazione marxista del Prometeo di Goethe, il Titano divenuto d’un colpo campione della classe operaia, capii ben poco ma di sicuro che non era quella propaganda noiosa e assuefatta lo scopo della borsa e della messinscena. Lo studentato si animava dalle sei del pomeriggio nei bagni comuni, tra quelli delle donne e quelli degli uomini un corridoio stretto e nessuna porta: una specie di spogliatoio sportivo promiscuo senza allegria e senza agonismo, contavano gli sguardi che si incrociavano, gli appuntamenti, qualche parola in russo, e gli uomini dalle grandi pance e i sorrisi larghi. Mi barricavo nella stanza quadrupla, diventata singola perché quelle che avrebbero dovuto essere le mie compagne erano fuggite non so dove, italiana compresa, in una distruttiva ansia di sesso che ricordava l’impero romano alla decadenza. Per tutta la notte era vodka, e canti, e balli sul tavolo, e sospiri nei corridoi e nella stanza accanto, li incontravi che erano abbracciati come se non avessero mai diversamente vissuto, specie di grappoli umani, storditi, felici. Qualche volta chiedevano ‘non vieni?’, ma non erano insistenti, mi lasciavano stare. Ricordo le notti fra gemiti e battiti di mani e di cuore (il mio) e un odore intenso di formalina, che dava la nausea. Qualche volta, negli incubi, ritorna, quando sono particolarmente a disagio.

In realtà nessuno ti controllava. Una volta arrivati, preso l’ inutile denaro e la raccomandazione di non spenderlo in ristoranti, non per risparmiare ma perché sarebbe stato impossibile – dicevano - evitare la salmonella, una volta assodato che non si era interessati ad un mese di supposta trasgressione ed alcol ad oltranza e di dormite sulle pance piene di vodka di russi di mezza età, potevi fare quel che volevi. Io pensai: Berlino, innanzitutto Berlino. E presi un treno, nel quale nessuno controllò il biglietto.
Luglio Ottantanove. Friedrichstrasse era una ferita senza cerotto, senza disinfettante. Un budello nero vuoto di passi. La porta di Brandeburgo proiettata sullo schermo del cielo, grigio di un luglio senza vera estate, ovatta sporcata dalla storia. (Eppure a Berlino avrei visto un giorno mille splendidi azzurri). La sagoma della porta era irreale, in ogni caso irraggiungibile, nella scacchiera c’era uno spazio bianco che la pedina nera in Friedrichstrasse non poteva attraversare. Fu allora che ‘confine’ divenne per me una parola viva.

Eppure: dando le spalle alla porta, ecco il sussulto, la tachicardia. Si perdeva in un punto di fuga remoto, in un’eco infinita di suono indefinibile, il viale sotto i tigli. Era luglio; e i tigli saranno stati certamente un tripudio di foglie verdi. Invece sono sentimentale diapositiva di rami secchi come graffi al cielo, inverno espressionista nella luce di luna piena, malinconiche dita stanche, mani a palme aperte abbandonate. Silenzio. Nella diapositiva sentimentale c’è una città narcotizzata, senza scritte, senza immagini se non le facciate coperte di lanugine scura, di ruggine come di cosa abbandonata nell’acqua, una città senza luci colorate, senza distrazioni. Il viale sotto i tigli che pensa a se stesso, mentre placida la Sprea lo tocca appena, come un bacio a labbra strette tra chi un tempo si amò. Il viale dei tigli come specchio di un’abissale, inguaribile malinconia. Lì, in un respiro solo, mi persi.
Unter den Linden, luglio Ottantanove, il circo era ancora aperto e si mostravano gli ultimi numeri. Gli specchi venivano di continuo tirati a lucido e i vetri resi trasparenti: nemmeno sottili righe di pioggia; nei caffè si mangiava al’occidentale e bene, sui pochi tavoli occupati bicchieri a calice di birra mischiata a sciroppo verde e rosso, la birra di Berlino. Le cameriere sorridevano persino, un po’ forzatamente, ma sorridevano, si curavano di non mostrare il ‘muso’ scostante berlinese, nemmeno ostile, ma di una semplice, assoluta indifferenza. Benvenuti a Berlino, amici dell’ Est liberatori o liberati anche voi dal fascismo; e benvenuta a me, in pellegrinaggio nel mio santuario devastato, immobilizzato in un dolore che non si può urlare. Berlino è Berlino anche nel luglio Ottantanove, in quella striscia sotto i tigli che attraversa palazzi principeschi diventati Università, dove Federico II cavalca ancora, e i fratelli Humboldt sono i dioscuri di un sapere sconosciuto. Berlino è Berlino proprio dove era diventata uno scenario di cartapesta, bruciato, strappato. Il viale sotto i tigli sopravviveva, melanconico ma ancora in grado di respirare, percorso da pigre, traballanti, colorate e rade Trabant. Il dolore scorreva sotto quella semplice quotidianità.

Dolore la prima volta toccato, luglio opaco del millenovecentoottantanove, eppure noto, da sempre conosciuto; dolore di cui innamorarsi, come ci si innamora senza riserve di un vecchio che è scrigno di storie e sofferenze e ti può solo carezzare e dare baci di impagabile tenerezza.

Forse mai, ma di sicuro non nel luglio 1989, si poteva sfuggire al contagio di Berlino. Da allora, nei miei costanti ritorni d’amante vogliosa che non sa e non vuole ribellarsi alla dipendenza, sempre riemergono gli istanti del contagio, e proprio nei luoghi dove tutto è più mutato. Dove un vortice d’aria ha ingoiato quel che allora faceva più paura, i simboli, il castello; dove il tempo ha smontato, polverizzato, schiacciato con cura e precisione il monumento al potere, all’inganno, alla paura, alla res publica resa privata. Era il Palazzo della Repubblica, con i suoi specchi neri e inquietanti, che sapevano rendere inchiostro persino il cielo, e ghiaccio lo scorrere innocuo del fiume. Il Palazzo è ancora nella diapositiva sentimentale, che si sovrappone al cielo libero, intriso di sollievo, che oggi al suo posto si vede.

3 commenti:

  1. Interessantissima testimonianza e bellissimo testo. Mi ha fatto pensare alla Bachman che sto leggendo in queste giorni nelle sue riflessioni su Roma. "resta questo incomprensibile senso di patria", scrive, nonostante affermi che Roma è, tra le metropoli che conosce "l'ultima in cui si possa avere un sentimento di patria interiore".

    RispondiElimina
  2. la Bachmann, tocchi una voce sacra. E' appena uscito da Adelphi il 'Caso Franza'. Costa un po', ma lì c'è davvero tanto. Più che in Christa Wolf. C'è tutto il tempo, 'Die gestundete Zeit', il tempo marcato dalle ore.

    RispondiElimina
  3. Ho seriamente pensato che il primo paragrafo di questo testo l'abbia scritto la persona che mi ha segnalato questo blog...E' proprio lei...

    RispondiElimina