martedì 23 marzo 2010

Romaza di Zurigo


di Francesca Mazzucato, edizioni Historica, collana cahier di viaggio, 2009


RECENSIONE DI SOTERA FORNARO


La letteratura occidentale non esisterebbe senza il viaggio: un viaggio immaginario e popolato di mostri, di dee desideranti, di occhi di donna profondi e innamorati, di un uomo che viaggia per amore del viaggio stesso. La meta è un inganno, si sa, ché Odisseo/Nessuno, il ‘paziente’, ‘colui che è stato in molti luoghi’, deve raggiungere Itaca solo per poter di nuovo ripartire. Quel viaggio è l’archetipo di ogni nostro viaggio, ed è così vario e multiforme da non soffrire nemmeno della mancanza di nebbie, di freddo, di correnti nordiche (qualcuno lo vorrebbe ambientato addirittura in Scandinavia). In realtà, l’ Odissea è il viaggio nel non-luogo e nel non-tempo, perché è il viaggio di un uomo tra le sue paure, tra i suoi morti ed il suo passato, tra le sue nostalgie, tra i suoi desideri irrealizzati, verso un futuro che non conosce e le sue pericolose seduzioni.

Odisseo viaggia tra i propri sogni, ed il principale dei sogni è la donna che aspetta, la donna che non conosce la misura dell’assenza, perché ne ha fatto misura dell’amore eterno, del per sempre. Una donna che tessendo scrive la sua stessa storia, per poi scucirla e ritesserla ancora. In un’isola lontana, contemporaneamente, Odisseo racconta di sé, si inventa, e diventa perciò il primo poeta conosciuto dell’ Occidente. Viaggio e scrittura, la scrittura di chi il viaggio esperisce, ma anche la scrittura di chi ha il compito non meno arduo di saper attendere un ritorno solo possibile, non possono perciò scindersi. Lo sa bene chi è toccato dalla malattia della scrittura: chi scrive, cioè, come Francesca Mazzucato sa dire nelle pagine tumultuose che danno inizio a questo mosaico bellissimo e scomponibile in mille tessere, tutte bisognose di essere guardate da vicino, con attenzione. Un mosaico eretico, perché non da cartolina, e perché sembra nascere per l’amore stesso dei suoi molteplici pezzettini colorati; visionario, perché si compone di infinite visioni, più ampie, d’insieme, e poi sempre più focalizzate, da microscopio. Visionario anche perché delirante, inquieto. Un’ avvertenza: non è l’anatomia generale che importa, il paesaggio nel suo insieme, ma la dissezione.

I dieci mosaici di questo libro compongono una città, che banalmente si considera ‘fredda’ – l’antitesi, dunque, di quella solarità mediterranea e carnale dove sembra aver avuto inizio la nostra letteratura. Ma solo chi non ha vissuto in Svizzera (e non è il mio caso) può pensare che sia un paese ‘freddo’, e le sue città siano solo un asettico nodo di alta finanza, ricchezza e benessere. Il viaggio di Francesca Mazzucato si inizia anzi con un’immagine eretica rispetto a questa, un’immagine di miseria, abbandono ed emarginazione (quell’emarginazione che la scrittrice altrove ha saputo rendere nella sua crudele nudità e nella sua immensa umanità). E prosegue in una Zurigo vista attraverso le sensazioni di personaggi della memoria letteraria, altrettante tessere del mosaico/cuore (Jung, Joyce, la Schwarzenbach, ad esempio).

Una città, Zurigo, che diventa il pretesto, non casuale o insignificante, ma pur sempre il pretesto, per una inaudita lettera d’amore, perché tornare in quella città è tornare all’amore che lì c’è stato, forse, che lì si è sentito, forse, che lì si è perso, forse, che lì inutilmente si vorrebbe ritrovare. Ma chi stende il diario, nella sua solitudine musicale da solista di romanza, sa che non troverà niente di quell’amore, neppure l’ombra di un sogno, neppure il ricordo sbiadito di quel che è stato, perché non è stato, è rimasto potenzialità d’amore, è rimasto residuo di un puro avrebbe-potuto-essere una storia d’amore. La nostalgia allora si amplifica in un sentimento incoercibile per l’amore senza realtà, un amore atteso con ancora maggiore caparbietà, ostinazione, in un crescendo che raggiunge il culmine alla fine del libro: lì dove l’assenza è toccata in tutto il suo dolore di ferita ancora aperta e mai rimarginabile, utopia di un amore che non ha diritto nemmeno al ricordo dell’intreccio magico dei corpi, che non ci fu: solo flebile sfiorarsi. Ombra di un sogno, ho detto, ombre di un sogno.

E quanto più concretamente si allontana lo spettro di Samuele, l’uomo che non ha saputo o voluto o potuto tener testa all’esagerazione della donna che scrive, allo scorrere impetuoso delle sue parole e delle sue immagini, anche solo al suo bisogno orgoglioso ma disperato di tenerezza e di carezze, tanto più quello spettro è presenza incombente: e la ricerca, struggente e a tratti commovente, che è la ragione prima e vera del viaggio, diventa affannosa, e tira un respiro di apparente sollievo tra altri abbracci, tra altri baci, tra altre carezze che non hanno consistenza perché non sono gli abbracci, i baci, le carezze lucidamente desiderati. Il viaggio, dunque, come lettera d’amore, tra luoghi reali, penetrati dagli occhi sempre in veglia della viaggiatrice-scrittrice, commentati anche da fotografie: ma in cui i luoghi restano cornice, sontuosa ed ineliminabile, essenziale, ma pur sempre cornice, della ricerca di un amore che è poi ricerca di se stessi, scandaglio impietoso della propria anima, domanda che riecheggia nel vuoto del cuore ridotto a bianca busta di plastica: «cosa cerchi?»

Ed è ancora sentimento vago, su cui le parole si abbarbicano presuntuose e testarde, di qualcuno e per qualcuno («dove sei?»: la domanda si perde, attutita, nel lago dei cigni): mentre su ogni mosaico domina, sempre più martellante, come in un rave di musica techno, una solitudine vissuta estremamente e con coraggio, una solitudine che è l’unica possibile alternativa all’assenza di un amore che è il motore delle emozioni, del viaggiare stesso, della scrittura, insomma. Una lettera prima timida, che si immerge nei luoghi con curiosità bambina, che esorcizza facili rimpianti, ma poi si lascia andare in lacrime non trattenute, in un’esplosa spontanea confessione: «io ti amo perché posso arrampicarmi sullo spazio che lasci vuoto». Senza più pudore. Ed allora il viaggio diviene una discesa agli inferi, una nekyia tra i ricordi, tra le tracce del passato e le loro cicatrici, una catabasi tra profili di uomini scarnificati – i cadaveri plastificati della mostra sul ‘mondo del corpo’ o le scabre figurine di Giacometti, divine nella loro preziosa magrezza. Andare sino alle ossa, è l’intento della scrittrice che viaggia, togliere la carne senza paura del sangue: solo che si tratta della propria carne, e la ferita che la memoria infligge non è metaforica, la si avverte come una cancrena sempre pronta a risvegliare il male. E tuttavia non c’è oscurità, in queste pagine di diario che diario non è, nelle tessere di questo mosaico: ma infinita luce, capacità di rigenerazione, l’immersione nel buio per tornare alla luminosità della vita e della scrittura, sempre, nonostante. Soprattutto nonostante. Resta, dopo una lettura febbrile, smaniosa, l’impressione di una rinascita, l’attesa di un nuovo viaggio, la tensione di un nuovo diario che deve ancora cominciare (l’opera aperta è una ferita). Resta la certezza che dà una scrittura misurata, senza sbavature, non indulgente con se stessa, studiata sino alle parentesi, in una costruzione circolare in cui all’inizio fa eco la fine, con rispondenze al suo interno, una sfida concreta al lettore, dal più ingenuo a chi si volesse fare interprete esperto.

Resta l’amore infinito per un luogo, una nuova, materna Itaca da cui sempre ripartire, per un uomo, percepito in ogni segno della pelle dalla pelle di una donna, e soprattutto, davvero sopra-tutto, l’amore espresso, compostamente urlato, descritto e sezionato, per la scrittura, per la letteratura, per la poesia: quella poesia di cui questo piccolo, coraggioso libro trasuda in ognuna delle sue pagine, e che lo rende unico, lo rende compagno non di una notte sola, ma di infinite notti e dei loro vaganti pensieri.
( da Books and other sorrows)



Sotera Fornaro è docente di letteratura greca, scrittrice, autrice di teatro, critica, germanista e molto altro.

2 commenti:

  1. Un romanzo davvero molto bello e sentito, è stato un piacere poterlo leggere e recensire :)

    http://www.librierecensioni.com/libri/romanza-di-zurigo-francesca-mazzucato.html

    Un saluto ed a presto.

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