sabato 30 gennaio 2010

Patchwork dublinese



di Sabrina Campolongo


Dublino l’ho amata subito, di un amore ignorante e primitivo, di un amore adolescenziale e arrogante anche, come ama chi crede di avere capito subito tutto quel che c’è da capire. Ma - penso, mi sono fatta questa idea - Dublino siamo in tanti ad averla conosciuta così, ad averla incrociata ridanciana e brilla e presa tra le braccia senza farci troppe domande.

Mi sembra che tra le sue strade e i suoi muri, almeno per poco, per poco perché è sempre stato così, e ho paura a protrarre, paura che si riveli solo un’illusione, mi sembra, dicevo, di potere essere più semplice anch’io. Non è una città che offre spazio a cortocircuiti e fantasmi Dublino.

Potrei viverci su questa monorotaia e, se sì, per quanto? Wilde se ne è andato, Bacon se ne è andato, Joyce se ne è andato. Sono fuggiti da questo specchio troppo pulito, da questi sguardi così diretti, da questo azzurro spietato di cielo, da questa luce che non allunga le ombre, che è chiara persino quando piove.

Scappati, in cerca di vicoli più stretti, di angoli più obliqui e sorrisi più riservati, via da questa semplicità di terra e fiume, di patate e torba, di birra e risate e braccia nude e guance rosse e occhi chiari. Fuggiti, in cerca di spazi più consoni a proteggere la fragilità di sogni di carta trasparente, ad accogliere i contorni eccentrici di identità complicate dal dubbio, bisognose di oscurità complici e di leggerezze, malate di complessità.

Eppure.

Non è Parigi, Dublino. Mancano il profumo di cipria e di amori clandestini, mancano gli sguardi maliziosi, i cappelli romantici, le finali in salita delle parole che le fanno suonare come proposte segrete, mancano l’assenzio e le assenze, le poesie maledette, la sontuosità dei palazzi, il silenzio complice degli alberghi, la nebbia sul lungosenna, la friabilità della crosta della baguette.

Il pane irlandese, il soda bread, è pesante e umido e scuro, è dolce e morbido contro il palato, impasta la bocca, è fatto per essere preso a grossi morsi davanti a un camino, per essere mandato giù con sorsi generosi di birra, per essere intinto in sughi spessi, zuppe e stufati sostanziosi, sapori di terra per riempire e scaldare.

A Dublino sono venuta con una pagina ancora da scrivere, non so se per caso. Nelle città faccio in modo di arrivarci sempre, la prima volta, con un quaderno già parzialmente riempito. Prima di atterrare per la prima volta allo Charles de Gaule, nel 1994, ero stata nella Parigi di Balzac, per esempio, in quella di Baudelaire, di Verlaine e di Rimbaud, in quella di Anaïs Nin e dei surrealisti, di Oscar Wilde, e di Boris Vian: sono arrivata innamorata dei loro amori, imbevuta delle loro visioni, affamata dei loro desideri.

A Dublino, invece, sono arrivata disarmata, come per caso. È andata bene, era giusto così: Dublino ti accoglie assorbendoti, tirandoti dentro il vorticare delle sue strade, nel ritmo veloce, ma non frenetico, dei suoi passi. Dublino ti strizza l’occhio, è una locandiera avvezza ad avere a che fare con la gente più strana: marinai, minatori, studenti, artisti, perdigiorno o professori, abituata a trattare tutti alla stessa maniera, senza riverenze, ma non diffidente.

È una città-paese, Dublino, non ha paura di farsi conoscere, di scoprirsi, non ci sono porte inviolabili, né parole d’ordine da scoprire. Basta entrare in un pub, o lasciarsi portare dal flusso, per strada.

Dublino è tutta lì, non ha segreti, è impegnata a vivere, a bruciare correre ridere bere, in quella luce troppo forte e troppo chiara, a cui probabilmente nessuno fa più caso.

Io invece devo camminare con lo sguardo basso al mio arrivo, mi accade ogni volta, per qualche ora, devo portare occhiali scuri o abbassare la visiera del cappello per non farmi mangiare i passi dalla luce, per non essere costretta ad appoggiare la schiena al muro.

La vertigine della pagina bianca.
Della pagina che scrivo.
Alle tre di notte, davanti a un pub chiuso, uno stormo di giovani, totalmente ubriachi e beatamente ridanciani, si salutano. In mezzo all’incrocio, due ragazzi in jeans e maglietta che scopre gli avambracci anche se è ottobre inoltrato, si salutano anche loro.

See you, ma poi uno dei due ci ripensa, torna indietro, abbraccia l’altro, preme la fronte contro la sua fronte e poi lo bacia sulla bocca, nella bocca, con tenerezza. Nessuno sembra notarli a parte noi, nessuno sembra trovarlo strano a parte noi, italiani di passaggio, noi che veniamo da un Paese in cui due ragazzi non si baciano per strada sotto agli occhi di tutti, da un Paese violento in cui si rischia grosso, a provarci. Lascio scivolare lo sguardo su di loro come una carezza, non c’è ostentazione né sfida, solo la naturale bellezza di un gesto d’amore, un arrivederci che si direbbe fino a domani, un commiato che si vuole rimandare per il tempo di un bacio.

"Quelli che trovano significati brutti nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Quelli che trovano significati belli nelle cose belle sono colti. Per loro c’è speranza.”

È chiaro che l’Italia non ha speranza, per come la vedo io, per come la vedrebbe anche Wilde, mi sa, ma io voglio speranza, ci voglio credere, almeno qui, in questa città così giovane, in questi visi così puliti.

Pochi passi più avanti, sul marciapiede, una ragazza cicciotta con le braccia nude e un abitino nero (di quelli che abbiamo battezzato “abiti-caramella”: strizzati in vita e gonfi sotto, che qui sembrano andare pazzamente di moda) si china e si leva le scarpe dai tacchi altissimi, sorretta e aiutata dal suo ragazzo sorridente, per infilare sui piedi piccoli e tondi delle ballerine raso terra che ha tirato fuori dalla borsa. Ci chiede scusa ridendo perché dobbiamo fare il giro per superarla, ridendo le diciamo che è tutto ok. E lo è.

E scrivo.

Howth. Odore forte di iodio, spiaggia lunga su cui corrono cani fortunati, sotto a un cielo che cambia colore ogni minuto, sole che lacera le nuvole e fa cadere scaglie d’argento sul mare d’acciaio.

L’azzurro è rimasto negli occhi del mio vicino di posto in treno, distolto dal suo sms da noi, da una battuta su Trapattoni che gli butta lì il mio amico, in un inglese inammissibile. Ma lui non sembra infastidito, cerca di capire, gli traduco la battuta e allora ride, anche se non è granchè, e con la traduzione diventa anche peggio, e poi ci fa domande sul nostro soggiorno, ci regala consigli, grandi cenni di assenso e sorrisi caldi. Ha un sorriso che incanta di dolcezza, questo ragazzo. Ci dice che è stato contento di conoscerci, correndo fuori alla sua fermata quasi persa, e sembra sincero.
“It’s not raining inside”

Così mi fa strada, ridendo, un signore grosso e rosso di capelli, nella migliore tradizione irlandese, sull’ingresso di un pub qualunque, il più vicino all’ostello, alle sette di un venerdì sera qualsiasi, mentre fuori piove che dio la manda. Non piove dentro, mi conforta, c’è davvero da sentirsi confortati All’interno, avvolti in una nube che non è più fumo come un tempo, ma vapore di umana traspirazione e pioggia che ha inzuppato abiti e capelli, la più varia umanità: uomini in giacca e cravatta appena usciti dal lavoro, studenti e turisti del vicino ostello, ragazze in abito da sera e tacchi a spillo, già brille. Risate e conversazioni a volume altissimo.

E scrivo.

Le dieci e mezza, vago per uno dei locali più belli in cui sia mai stata, uno dei miei appuntamenti fissi con Dublino, una meraviglia art déco in cui tutto è esasperato: lo splendore dei marmi, il verde dei verdi, il blu dei blu, l’oro delle dorature, le luci, le palme, il cielo attraverso la volta di vetro a cinque metri dal pavimento. Toglie il fiato, ma non mette a disagio. Con una birra in mano, qui tutti sono a casa. Uomini d’affari, donne eleganti in abito da sera, le ragazze con l’aria di contadinotte al ballo, un ragazzo in tuta da ginnastica, due giunoniche sorelle (ci scommetterei) in abiti a fiori nati per un déjeuner sur l’erbe in Provenza, tre amiche quarantenni tacchi a spillo scollatura vertiginosa, troppo evidentemente in cerca di compagnia.

E scrivo

Un musicista in Grafton Street, con il suo cane e la sua chitarra. Canta “Somewhere over the rainbow” e come sempre questa canzone mi stringe un nodo in gola. Mi fermo, inevitabilmente, ma la canzone finisce e io non me ne vado, anche se non conosco la successiva, e nemmeno quella che ancora segue. Ma sono ancora lì.

E mi accorgo che non sono la sola, incagliata in questa ansa di Grafton Street, in questo tempo sospeso per misteriose ragioni. La via è piena di musicisti, molti sono bravi, molti sono simpatici, ma solo davanti a questo c’è una vera folla. Lui è serio, non ammicca. E ha una bella voce, certo, eppure questo non basta a spiegare tutti questi passanti che si sono fermati così a lungo; chi stava passeggiando come noi, turisti, ma anche segretarie in tailleur, casalinghe con la borsa della spesa, madri con bambini, giovani con lo zaino; non spiega la processione ininterrotta di uomini e donne che si avvicinano e lasciano cadere monete nella custodia aperta della sua chitarra, o tutti quelli che acquistano il suo cd, cinque euro per 17 pezzi, e non sanno nemmeno quali.

Perché si avvicinano, uno dopo l’altro, perché sentono il bisogno di comprare la sua musica, si chinano, accarezzano il pelo lucido color cioccolato del suo cane, si frugano nelle tasche, si tolgono di tasca i loro soldi per darli a lui?

E io, perché resto inchiodata qui, davanti a questo giovane uomo in felpa grigia, al suo cane e alla sua chitarra, e noi, perché sorridiamo tutti, perché questo particolare angolo di strada vibra di qualcosa a cui riesco solo, riduttivamente, a dare il nome di poesia?

Non so spiegarmelo, e intanto si fa tardi, e non mi sono decisa a vincere la timidezza, ad attraversare il semicerchio vuoto, ad avvicinarmi sotto agli occhi di tutte queste persone, a sollevare la testa del cane che nel frattempo si è sdraiato nella custodia della chitarra riempiendola tutta, a sfilare un cd da sotto il suo muso e a lasciare al musicista i i miei cinque euro, per le 17 canzoni che non so perchè voglio tanto ascoltare.

Così me ne vado, senza cd (mi dico che lo prenderò al ritorno, ma naturalmente quando ripasserò, più di un’ora dopo, il musicista sarà già andato via) e con le mie domande in tasca.

Dopo qualche tempo, P. mi dice che il musicista gli ha fatto pensare a un pugile, per le mani, dice, e la corporatura. Provo a immaginarmelo pugile, ma a me ha fatto pensare solo a un uomo gentile, perché solo le persone gentili hanno cani felici, e quel cane sorrideva.

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(questo racconto inedito di Sabrina Campolongo è stato letto dall'attore Giovanni Boccomino durante l'incontro del 22 gennaio a Bologna, presso la libreria Fairbook di via Saffi. L'immagine è dell'autrice e fa parte del suo album, Dubliners. Qui, il blog della scrittrice)

2 commenti:

  1. Non c'è niente che non abbia riconosciuto, visto e sentito, in questa cosa di Sabrina.
    Perfino il Cafè en Seine su Dawson street, di fronte a Murder Ink, la libreria del noir, e accanto all'hotel La Stampa.
    E il treno per Howth, e Howth.
    Ho una foto di Howth in cui la sabbia e le barche sembrano i luoghi lucidi di un naufragio.
    Le mie foto di Dublino.
    E le statue della Famine, viste di sera illuminate dal basso.
    Il Liffey.
    E i negozi chiusi per la crisi.
    E i nuovi mendicanti.
    La prima volta che sono stata a Dublino le donne chiedevano l'elemosina ridendo tra di loro e tenendo in braccio i loro bambini, e io ho pensato «questo è il mio posto».
    E l'assenza di «classe», e l'assenza di paura. Che poi, chissà: dev'essere stata una sensazione guidata da qualche calamita emotiva misteriosa, perché in realtà l'assenza di paura mica ha senso.
    E dieci chilometri a sud, lungo la M50, le mucche; e le pecore dietro al filo spinato dove restano incagliati i bioccoli della lana del loro manto; e le donne anziane che mi dicono che è giusto che una donna possa
    abortire, e si commuovono davanti alle immagini tv dei funerali di Eamon De Valera, e le guide coi capelli rossi di Kilmainham Jail, e gli impermeabili comprati ad Avoca, vicino al fiume.
    E le ventenni che insegnano irish nelle scuole elementari.
    E i dottorati in storia della musica.
    E i suonatori che fanno parte di tutti tutti tutti i gruppi di musica tradizionale perché a seconda del progetto i gruppi cambiano composizione; perché se in quel progetto domina il whistle, o le Uilleann pipes, be', allora bisogna chiamare Michael McGoldrick e se invece è importante la fisarmonica allora va convocata Sharon Shannon...
    E quelli di Cork che dicono «bush» ogni tre per due e tu ti domandi perché parlino sempre dell'ex presidente americano, e poi scopri che «bush» è «but».

    Grazie, Sabrina.
    Grazie, Francesca.
    Ci sono stata in novembre, ed è già ora di tornarci.

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  2. Rinnovato il piacere, dopo le parole lette e ascoltate

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