martedì 22 dicembre 2009

Riflessioni in capo al mondo



di Paola Presciuttini



Alla fine di questo lungo viaggio nell’isola quasi deserta che chiamiamo Australia, porto a casa un desiderio paradossale ma irreversibile: che i popoli ora chiamati vincenti, gli occidentali per capirsi, vedano presto un tramonto definitivo, anche quelli che paiono nuovi e freschi come gli australiani.

E non perché siano più colti, stanchi o tecnologici di coloro che ora ci sembrano aver perso la partita con la storia. Ma perché hanno coscienze sporche e ipertrofiche che impediscono loro il miracolo del sogno.

Tutti coloro che praticano e hanno praticato la guerra e il genocidio come modello di sviluppo, e gli australiani hanno compiuto un genocidio immenso e ancora troppo poco conosciuto, tutti insieme ora sembrano dominare la terra, ma non durerà spero per molto. Poiché la loro cultura patinata ha perso la partita più importante: quella della capacità di vivere in pace con la natura e con i propri simili.

Il futuro non è loro, non è nostro. Non avremo il coraggio di andare a prendercelo questo futuro perché il senso di colpa ci mangerà la strada. Ci spegneremo come si spengono i vecchi ricchi e soli, lasciando posto ad altri vecchi, forse meno ricchi ma capaci di vivere ancora. E se non ci accasceremo su noi stessi, ci penserà il pianeta a radere al suolo quello che a noi ora pare eterno.

Mentre coloro che, per bontà o per fortuna, non si sono armati per distruggere e sterminare continueranno il loro silenzioso percorso su un pianeta che conoscono e rispettano per quello che è. E saranno quelle culture, che a noi oggi paiono sfinite, a vincere la battaglia con la storia dei millenni. Non può che essere così.

Chi ha seminato vento, raccoglierà solo il tormento della tempesta.

Chi ha seminato armonia vedrà nuovamente l’armonia fiorire intorno a sé.

La legge della natura è lenta ma inesorabile.

Le aberrazioni dei secoli moderni non hanno annullato del tutto gli aborigeni, gli indiani, gli zingari, indios e tutti le etnie minoritarie della terra. Sono stati decimati, hanno subito genocidi, sono stati uccisi come bestie, relegati ai margini, imbottiti di alcool e di droghe, ma tutta questa ferocia non è riuscita comunque a farli sparire dalla faccia del pianeta. E mentre il nostro sistema fa acqua da ogni parte i superstiti si organizzano, e cercano di rinascere dalle ceneri.

Se provassimo a incontrarli certo, impareremmo qualcosa ma ancora, forse, non è venuto il tempo. Le nostre orecchie sono tappate e le loro bocche non hanno ancora ritrovato la forza di narrare.

Gli uomini della scrittura hanno tentato di distruggere gli uomini della parola. Ma la vista ha davvero vinto sulla visione? L’interpretazione sulla sensibilità? La carta sulla voce? La chimica sull’agricoltura? La comunicazione sulla relazione? La distanza sulla prossimità?

O è solo un gigante di carta questo mostro dalle mille divise che spadroneggia sulla terra con le sue macchine fumanti?

Se provassimo per un attimo a guardarci con gli occhi di un aborigeno vedremmo che quei libri di cui tanto andiamo fieri sono scritti con inchiostro rosso e denso come il loro sangue di analfabeti sapienti e pazienti.

1 commento:

  1. Pezzo stupendo......bravissima Paola.
    Maurizio

    RispondiElimina