martedì 27 ottobre 2009

Prosegue "Passaggio in Nepal" di Laura Costantini


Diciottesimo giorno

Non riuscirei a vivere qui per sempre. Mi piace questo paese e spero di trarne degli insegnamenti, ma non sono fatta per vivere così. I pensieri seguono strade tutte loro. Mi manca la possibilità di salire sulle montagne. Mi manca la solitudine di una cima dove sedersi e, semplicemente, esistere come un masso o un uccello o una pianta, fissando tutto ciò che c’è intorno e facendone parte. Questo Nepal mi è precluso dal monsone e dalla curiosità dei nepalesi che non ti lasciano mai sola. Loro non cercano la solitudine, forse perché sono consapevoli che soli lo siamo sempre. Ma io ho paura a stare ferma. Ho paura che il mondo si dimentichi di me, mentre io non lo dimentico mai.

Ho sperimentato anche la vita del vero turista. Due giorni con un gruppo di turisti italiani per capire quanto non si può capire, se non si vuole. O se non si sa. Un ragazzo di Grosseto, studente ultra fuori corso di psicologia, che viene qui per imparare a respirare e poi fuma come una ciminiera, non muove un passo, non fa trekking, non esce dall’albergo, non ha neanche perché ha speso questi soldi. Una coppia di Padova, lui romano di quelli che ti fanno vergognare di esserlo, che chiama ciccio l’assistente di un santone e gli dice levate perché gli impalla la foto. Ma il suo obiettivo vede molte più cose di lui. Una capogruppo cafona che arriva in Nepal per la terza volta e per la terza volta non capisce niente, si leva le scarpe per entrare in un monastero tibetano e poi scuote via la sabbia di un precedente viaggio sul pavimento lucido e immacolato come fosse casa sua. E poi gli sguardi, le smorfie, la cena dallo steakhouse perché non vogliono mangiare nepalese. Li ho guardati come fossero degli stranieri che vengono a infestare qualcosa che mi appartiene. Li ho guardati come i nepalesi, nella loro infinita e dolce pazienza, non li hanno guardati mai. E mi sono resa conto, ancora una volta, di sbagliare.

Ho chiesto a Raji come fa lui a sopportarli. Ha risposto che è il suo lavoro, che non potrebbe comunque rimproverarli, che li lascia fare perché gli stranieri sono così. Chi sono io per arrabbiarmi al posto dei padroni di casa? Io cerco di rispettare le loro usanze, ma non sono diversa da quegli italiani, arroganti, presuntuosi e ciechi davanti alle bellezze di questo paese. Perché anche a me il puzzo dell’immondizia abbandonata sugli argini dei fiumi da fastidio. Anche a me andrebbe di mangiare qualcosa di diverso. Anche io guardo ciò che mi circonda come fosse un esperimento scientifico da esaminare, non qualcosa da vivere. E sento nostalgia di casa, anche se qui sto bene, anche se la famiglia Thapa guarda con dispiacere avvicinarsi il giorno in cui me ne andrò e già chiedono quando potrò tornare. Tornerò, perché le montagne non possono tenermi lontana ancora a lungo. Tornerò perché devo mettermi ancora alla prova, la più dura. Tornerò perché voglio incontrare me stessa lì dove l’aria si fa sottile e le cose cambiano davvero prospettiva.

Ventesimo giorno

Oggi ho perso un’occasione: pioveva a dirotto ed ho avuto la forte tentazione di buttare ombrello e impermeabile e mettermi a girare in mezzo alla piazza più bella di Bakthapur. Perché non l’ho fatto? Perché era pieno di gente e, ancora una volta, il giudizio degli altri ha vinto. Avrei voluto scrivere in queste pagine che l’avevo fatto, stavo per mentire a me stessa. Poi mi sono ricordata della metafora del golf: quando sei solo sul green, chi ti impedisce di spostare la pallina? Nessuno, ma se lo fai, hai preso per il culo la sola persona il cui giudizio conti, te stesso.
Così ho perso l’occasione di essere la donna meravigliosa che vorrei essere, quella spontanea, quella che avrebbe avuto il coraggio di mettersi a ballare sotto la pioggia battente.

Ventunesimo giorno

Oggi è un giorno importante per i miei nepalesi: la presentazione ufficiale della figlia di Raji, una bimbetta di circa due mesi. Per l’occasione sono arruolata anch’io e hanno intenzione di addobbarmi come la Madonna di Loreto. Neanche fossi io la festeggiata. Mi hanno chiesto di suggerire il nome per la piccola e dovrò farlo per non deluderli, anche se è una responsabilità troppo grande per una quasi estranea e per di più straniera. Mi chiedono spesso se sono annoiata. No, non lo sono. Sono entrata in uno strano stato di quiete interna. I pensieri non si sono mai fermati, il vuoto l’ho provato solo mentre faccio trekking, al punto che ci sono tratti della lunghissima strada tra Changu Narayan e Nala che non riesco a ricordare. No, ma sono tranquilla, si è spenta l’ansia al punto che riuscirei a dormire in qualsiasi momento. Sento lontano ogni pensiero molesto, anche se i sogni, ogni giorno di più, tentano di riportarmi al mio mondo di sempre, al lavoro… Ho la strana sensazione che tutto quello che c’è stato prima sia stato solo un’illusione.

Mi sono distaccata dalla vita di sempre, il tempo ha preso un ritmo diverso e adesso, solo adesso, capisco che si possa essere altrove anche nel caos di Roma. Io lo sono adesso, altrove, anche rispetto ai miei nepalesi. Guardo il cielo e le risaie. Guardo le nuvole e gli uccelli e non ho bisogno di pensare a niente, di pianificare niente. Era questo l’ozio di cui parlavano i filosofi dell’antichità?

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