giovedì 15 ottobre 2009

Passaggio in Nepal II


Di Laura Costantini

Terzo giorno
La famiglia Thapa è eccezionale, Suva già mi considera di casa e si ostina a parlarmi in nepali, come se potessi capirla.
Il suo cruccio è che mangio poco, secondo lei perché non mi piace la sua cucina. Non è vero, ma non ci crede. I nepalesi non hanno il gusto della pietanza complicata.
Il loro menù di base è costituito da riso lessato (ne hanno moltissime varietà, tutte più o meno affini al basmati e tutte profumatissime e appetitose) accompagnato da una zuppa di lenticchie molto speziata, verdure stufate in olio di senape con aggiunta di spezie coloratissime e piccanti, spezzatino di pollo o di capra. La mucca, va da sé, è sacra e per la verità i Thapa, che appartengono ad una casta piuttosto elevata, non dovrebbero mangiare neanche la capra. Però Raji e suo fratello Susan non disdegnano affatto i momo, i ravioli tibetani cotti al vapore oppure fritti, ripieni di verdure oppure di carne di bufalo in salsa piccante. Molto appetitosi. Il massimo del dessert è la frutta, il mango è eccezionale, oppure il lassi, uno yogurt liquido e fresco, aromatizzato a seconda dei gusti.

La caratteristica dei nepalesi che salta agli occhi è la scioltezza e l’eleganza dei movimenti. Le donne incedono come regine e anche sulla strada più fangosa o nella discarica più puzzolente, si muovono come nessuna mannequin riuscirebbe mai in passerella. La miseria è tanta e l’igiene lascia molto a desiderare, ma la popolazione è fantastica.
Suva ha 49 anni e sembra mia nonna, è rugosa ed esile come un giunco. Eppure ha avuto compassione di me. Ha detto: “poverina, sola in un paese che non conosce” e si è chiesta perché non ci sia nessuno con me. Buona e compassionevole, lei come tutto il resto della famiglia. Senza strane sovrastrutture, senza leggere tra le righe, che poi è la mia specialità.
Oggi Susan mi ha portata a vedere una specie di parco dove i nepalesi vanno a fare picnic. Ci sono templi ed alberi, soprattutto c’è tanta pace… e la noia è la cosa che mi spaventa di più. Ho bisogno di leggere, di scrivere, di non farmi trovare disoccupata. Altrimenti mi sento in colpa. In colpa di che? Sono goffa, imbranata, non c’è perfezione nei miei movimenti. Non sono a mio agio nel mondo. E’ come se il mondo intero mi tenesse gli occhi addosso, ma perché dovrebbe farlo? Io non sono nessuno, solo un granello nel deserto. Che io esista o meno, niente potrebbe cambiare. Sono ininfluente. Non ho colpa né merito di nulla. Esisto come parte di un tutto che può tranquillamente fare a meno di me. Allora perché ho paura degli altri? Perché cerco di leggere dietro gli sguardi chissà quali pensieri? Su di me, poi… Nonostante abbia deliberatamente lasciato a casa tutti gli strumenti della mia vanità: abiti eleganti, cosmetici, orecchini, collane, perfino il balsamo per i miei indomabili capelli, mi rendo conto di essere superba, aggressiva, presuntuosa e arrogante. Questa gente, i nepalesi, per me costituiscono un’umiliazione. Loro sono poveri (non guadagnano più di 200 dollari l’anno!) eppure mi hanno offerto la loro casa e il loro affetto. Loro sono ignoranti, credevo (mi piaceva crederlo) e invece parlano molte lingue. E io, con la mia stupida laurea e il mio stupido lavoro, non sono in grado di farmi capire da loro. Loro sono migliori di me, migliori di tutti noi occidentali.

(la foto è sempre di Laura. Il diario continua)

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