martedì 13 ottobre 2009

Passaggio in Nepal



Di Laura Costantini

La premessa fondamentale è che quando ho deciso di trascorrere un mese in Nepal (il luglio del 2004), l’ho fatto perché era una cosa che mi spaventava. Volevo mettere alla prova il mio coraggio più che ritrovare me stessa, il che forse è la stessa cosa. All’epoca non ne parlai con nessuno, neanche con Loredana perché era un percorso che dovevo fare io, da sola. E l’ho fatto. Oggi stento a crederlo, ma l’ho fatto. E quello che segue ne è il resoconto reale e non romanzato.

Arrivo a Kathmandu.
Mi aspettavo un aeroporto internazionale, la confusione. Invece no. L’edificio è una piccola struttura. Il controllo di dogana sembra un po’ l’ufficio postale di un vecchio film sul far-west: gabbiotti di legno, una fila ordinata, funzionari di polizia dalla faccia compresa nel ruolo che ti guardano a lungo per mettere i tuoi lineamenti in correlazione con una foto che non ti somiglia mai abbastanza.
Il cambio dei soldi, da euro a rupie, avviene con semplicità. Non ti danno spiccioli, solo grosse banconote un po’ lise, sembrano quasi di tessuto vecchio, pronte a strapparsi. E sono tantissime. Recupero lo zaino da quindici chili, un mostro che ho portato perché faceva tanto Nepal. Sarebbe stata più comoda una valigia, ma ormai ci sono. Da precedenti contatti e-mail so che a prendermi all’aeroporto deve esserci un uomo di nome Ganjendra. Non so che faccia abbia, lui non mi conosce. E se non ci troviamo? Un’ansia tutta occidentale mi assale quando mi avvio all’uscita ingombra di procacciatori di affari per gli alberghi locali. Tutti gli altri europei che erano in aereo con me fanno parte di gruppi organizzati. Sono l’unica ad essere sola. Mi viene voglia di girare le spalle e tornare subito indietro. Poi mi sento chiamare: “Laura…”. E’ Ganjendra. Mi ha individuata. Sorride, parla italiano, mi prende lo zaino e mi accompagna ad un pulmino scalcagnato. Il tempo di uscire dall’area dell’aeroporto e carichiamo Raji. Lui è il mio contatto, la mia guida, nonché colui che mi ospiterà in casa sua. Il cellulare non funziona, scopro adesso che il Nepal ha seri problemi di copertura satellitare, Vodafone aveva mentito. Avverto mia madre con il cellulare di Raji. Poi chiudo i contatti con l’Italia e mi ritrovo da sola, in un pulmino, con degli sconosciuti e un mondo assolutamente alieno che scorre fuori del finestrino: strade fangose, vecchie automobili, tanti camion, smog, vacche per la strada, odori sgradevoli, case dai colori assurdi e dagli strani equilibri. La casa di Raji è a Bakthapur, una delle città che fanno corona a Kathmandu. Il pulmino si infila per stradine di fango, tra case che nessuno ha finito di costruire. Quella di Raji è una palazzina a tre piani, a suo modo signorile, la facciata coperta da un rampicante rigoglioso, le fondamenta circondate da una risaia e delle stalle dove un paio di vacche assicurano il latte quotidiano e l’infestazione di mosche. Le rane salutano il mio arrivo. Mi tolgo le scarpe infangate e salgo le scale. La mia stanza a suo modo è lussuosa, letto matrimoniale, armadio pronto per le mie cose, un ventilatore con telecomando, due pareti su quattro occupate da finestre attraverso le quali entrano rami di rampicanti, piccole lucertole, ragni a forma di sole e il canto delle rane. Tutta la famiglia Thapa si è riunita nella mia stanza per conoscermi. Io parlo male inglese, loro neanche quello. Eppure abbiamo socializzato. La mamma si chiama Suva, il papà Ram, i fratelli Susan (è un uomo) e Bina, il cugino Sudip. Il tè si chiama tcha ed è infuso nel latte appena munto: stupendo. Bakthapur la sera, quando ceniamo in un ristorante, precipita nel black-out ed è un sogno.

( Iniziamo la pubblicazione a puntate del bel Diario Nepalese di Laura Costantini, già apparso sul blog Laura et Lory. Le foto, questo collage e quelle che seguiranno, sono tutte di Laura.)

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