sabato 31 ottobre 2009

Passaggio in Nepal. Ultima puntata


di Laura Costantini

Ventiduesimo giorno

Ho visto una donna lavare il pavimento con movenze che avrebbero fatto invidia a un ninja. Lavava con le mani, senza spazzolone. Indossava una bellissima tunica nera e, sebbene fosse praticamente seduta in terra, riusciva a non farla sporcare. Io non riuscirei mai a farlo, come non riuscirei a portare una gerla piena di mattoni o di fieno o di patate, sulla schiena inerpicandomi per i sentieri. La madre di Raji, Suva, andava a prendere la legna per il fuoco a tremila metri quando era incinta di sette mesi, se la caricava sulle spalle e scendeva a valle. La natura non ha reso facile la vita di questa gente. Il monsone li affoga di acqua e di fango ma loro lo benedicono perché senza non avrebbero il riso. Il resto dell’anno è polvere, escursioni termiche incredibili, povertà. E loro sono ancora fortunati. Ho visto tuguri resi oscuri dalla fuliggine di anni di fuochi accesi. Senza acqua, senza corrente elettrica, senza servizi igienici. Un pavimento di terra battuta per tavola. E mi dicono che nei villaggi sulle montagne è ancora peggio. Come si fa a vivere così? Noi cerchiamo la quiete della montagna, l’aria sottile che inebria come una droga e ti regala sogni vividi, simili a visioni. Cerchiamo qualcosa che non ci appartiene più ma che la memoria stessa della materia di cui siamo fatti, ci spinge a cercare. Loro, i nepalesi tamang o sherpa o i profughi tibetani, tutto questo ce l’hanno. Ma sono felici? Lo so che quello che dico sembra in contraddizione con tutto quello che ho detto finora. Anzi, non sembra, lo è. Ma dall’alto del mio essere occidentale, mi riesce difficile credere alla serenità dei loro sguardi. Sono sereni perché sono appagati? Sono appagati perché conoscono solo questa realtà? Sono veramente consapevoli che questa realtà permette loro di vivere più a lungo? La vita media di un nepalese è di 58 anni. Decisamente pochi, rispetto ai nostri 80, per non parlare dei 100 e più cui aspira la ricerca medica. Mi sento ad un punto morto. Ho visto cadaveri bruciare sulle pire di Pashupatinath, una catena di montaggio della morte. Ho provato a soffrire per quei corpi che, fino a poche ore prima, erano vivi e senzienti. Li bruciano lì per liberare le loro anime in fretta e consentire una nuova reincarnazione. Loro ci credono, ungono le statue dei loro innumerevoli dei di burro, di latte, di fiori, di polverine colorate e chiedono quello che tutti gli esseri umani chiedono: amore, salute, denaro, aiuto per rendere questa vita migliore. O per averne una diversa in futuro. Non ci sarà. Non nelle forme che loro intendono. Eppure non riesco a provare terrore davanti alle pire di Pashupatinath, davanti alla fine che tutti faremo. Una fine vera, definitiva, senza appello. Siamo materia e continueremo ad esistere come materia. Niente altro. E’ la paura più grande quella che spinge gli uomini alla sopraffazione, alla guerra, a tutto il peggio che la nostra intelligenza riesce a produrre. Eppure non mi riesce difficile accettare questa realtà e guardare queste statue di dei per quello che sono: statue.
Oggi sono stata ammessa alla presenza del simulacro di Vajra Yogini, una dea tantrica che predice il futuro. Un grande onore per una non hindu, un onore che ho pagato 100 rupie. Una statua dorata, vestita di rosso, adorna di gioielli e monete, non diversa dalle nostre Madonne da processione. Non c’era divinità lì, come non ce n’è nelle nostre chiese. Queste splendide pagode sono solo un grido di aiuto, un grido di esseri umani che non accettano di dover morire. Allora perché a me la morte continua a non suscitare orrore?

Ventitreesimo giorno

I colori di questa terra: il verde intenso delle risaie, il grigio scintillante di mica del fango sulle montagne, l’ocra dell’argilla con cui fanno i mattoni, il rosso sangue della terra delle foreste che si diluisce nella pioggia del monsone come dopo i cruenti sacrifici di Dakshinkali, il nero che brilla di madreperla delle rocce basaltiche, il rosso squillante di centinaia di sari stesi ad asciugare come decorazioni di una festa.

Ho fatto tante foto ma non credo di essere riuscita a catturare l’essenza dei colori. O di questo paese. Oggi, sotto un enorme pipal centenario proteso su una vallata percorsa da un grande fiume, Raji mi diceva che gli anziani, lassù in montagna, facilmente raggiungono i 100 anni, mentre in pianura muoiono a 60. E’ la risposta alle mie domande: la montagna, così aspra, così dura, così impietosa costringe i corpi alla lotta e un corpo che lotta è un corpo vivo, vitale, sano. Io invece ho la febbre, raffreddore, mal di gola. Ero riuscita ad arrivare indenne quasi alla fine della permanenza e adesso… ho preso l’aspirina, mi sento molto calda, la gola brucia ma non sto malissimo…

Ventiquattresimo giorno

Faccio sogni stranissimi. Mi sforzo di capire se sono veramente diversi da quelli che faccio di solito o se si tratta di suggestione. Ma sono proprio diversi, visionari. Mia madre che mi fa accusare di omicidio un’amica che non vedo da una vita, un foro a forma di stella in una parete di marmo di un aeroporto mai esistito. E tutto vivido, reale, perfetto in ogni particolare, plausibile, con un inizio e una fine. Deve essere vero che tutto conta, anche quello che mangi. Riso ogni giorno, per quasi un mese. Chissà che reazioni chimiche ha avviato nel mio corpo. Non riconosco più il mio odore. Il tempo è brutto e sto ancora male, la gola sembra ostruita e un po’ brucia ma almeno non fischio se respiro a fondo. Per il resto mi sento bene, anche se un po’ debole. Però i sogni, mi agitano. E’ come se arrivassero messaggi che non so decifrare. La chiave posso averla solo io, ma non la trovo. Ieri, all’improvviso, nel padre di Raji, Ram, ho rivisto mio padre. I suoi silenzi, le ombre nello sguardo, perfino le labbra serrate di chi devo o ha dovuto subire dei torti. Era lui, in quel momento. Ho rivisto mio padre a dieci anni dalla sua morte, l’ho rivisto muoversi, camminare quella sua camminata elegante. Non era perfettamente eretto mio padre, ma aveva un bel portamento, una camminata elastica. In questi giorni il suo pensiero è stato latente in me, mi sono sorpresa a pensare che gli avrei raccontato questa o quella cosa al ritorno, come se lui fosse a casa ad aspettarmi.

Il diario finisce qui.

Dopo c’è stata la peggior laringite della mia vita, il pericolo di dover essere ricoverata, una febbre altissima che non mollava neanche con gli antibiotici ad ampio spettro che avevo portato con me. Ho preso il volo per Roma ancora debilitata dalla malattia e dall’esperienza che, ne sono convinta, alla fine mi ha cambiata. Non come temeva mia madre e non subito. Ha continuato a lavorarmi dentro, si è espressa in una parte di un romanzo che io e Lory stiamo scrivendo, mi ha dato un nuovo punto di vista, del tutto personale, sulla vita, sul mondo, sui rapporti con gli altri. Questo passaggio in Nepal, posso dirlo oggi, è stato un po’ il mio personale Cuore di Tenebra, mi ha estratto pensieri che non sembrano miei e che, comunque, mi sento di condividere a distanza di tre anni da quel viaggio dentro me stessa.

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