martedì 20 ottobre 2009

Passaggio in Nepal III



Di Laura Costantini

Sesto giorno
Lezione fondamentale sul trekking: senza l’attrezzatura giusta non si può fare! Soprattutto nella stagione delle piogge! Comunque sono molto soddisfatta di me: quindici chilometri di montagne ieri, più di venti oggi, passo dopo passo, nel fango, con la pioggia che grondava da ogni parte del mio corpo, guadando ruscelli impetuosi, attraversando villaggi antichissimi, soffrendo su per quei sentieri scoscesi, di collina in collina (qui le colline sono altre 2000 metri!), di valico in valico. Sembra di essere in un film di Oliver Stone, sul Vietnam. Nei boschi la pioggia è una cortina solida e in lontananza si sente il barrito di un elefante e, una volta, perfino il ruggito solitario di una tigre. Camminare è un modo prezioso di stare con se stessi stando altrove. Ripeto, come in un mantra, un passo un battito, un passo un battito, per cercare di tenere a bada il galoppo del mio cuore sulle interminabili salite. Ce l’ho fatta: respirazione dal naso, bacino in avanti, piedi con appoggio all’interno… ho sentito il mio corpo funzionare, e funzionare bene. Il tempo scorreva via senza significato, contavano solo i passi in avanti e il mondo che avevo intorno.

Nono giorno
Pioggia anche oggi che, se non sbaglio, è il nove di luglio. Quante cose possono cambiare in un anno. Solo 365 giorni fa ero alla disperazione e meditavo seriamente sull’opportunità di continuare a vivere. Oggi sono in Nepal, la giornata è piovosa e grigia, le rane cantano e il riso affonda le radici nell’acqua e nel fango, Che belle le risaie, di un verde diverso, luminoso, solare anche sotto la pioggia, anche in mezzo alla nebbia. E che belle le donne che ci lavorano, piegate su se stesse eppure erette come giunchi. A volte alzano gli occhi e il busto e ti guardano passare, straniero arrancante nei tuoi costosi scarponi affondati nel fango. Poi si piegano di nuovo e ti hanno già cancellato, prese come sono a vivere la loro vita.
Oggi ho tempo per me, per pensare fissando il verde delle risaie sotto la finestra. I Thapa fanno di tutto per non lasciarmi sola, non capiscono che io cerco la solitudine proprio per avere modo di staccarmi dai pensieri e dagli stimoli.
Lo confesso, c’è una parte di me che vuole tornare indietro, alla vita normale, alla vita che conosco. Qui è tutto troppo diverso, semplice eppure impenetrabile. Ram, per esempio, il capofamiglia. Io l’h chiamato l’uomo che pensa, perché non parla mai. Si limita a guardarti e, se approva, sorride. Ha un portamento eretto e nobile, si muove piano, con grazia, come e più di sua moglie. Mangia da solo e da solo vive al piano di sopra. Eppure l’ho visto accovacciato a lavare il pavimento davanti la mia camera. Oppure con i piedi nel fango della risaia. Un re con il suo piccolo regno e tanta umiltà. Quella che a me, a noi occidentali, manca. Per questo mi piace staccarmi da me stessa e camminare a lungo tra le risaie verdi, nel fango, con la pioggia che ti cola negli occhi, il freddo nelle ossa e tanta serenità.

Undicesimo giorno
Non ho resistito. Ho ceduto alla mia ansia. Mi sono procurata una scheda telefonica nepalese ed ho chiamato in Italia, mia madre, Loredana… Non ho ancora imparato a stare ferma. Vorrei fare tante cose, vorrei fare trekking sull’Himalaya, ma la stagione delle piogge ha fatto crollare le strade e le montagne mi tengono lontana. Non riuscirò a vederle, eppure le sogno tutte le notti. Immense, candide, quasi minacciose. Eppure non mi fanno paura. Vorrei andare a Muktinath, ma costa troppo con l’aereo e la strada è franata a causa del monsone. Vorrei andare, anche se ho paura del mal di montagna. E’ bastato fare trekking fino a Nagarkot per farmi gonfiare le mani come salsicciotti. Intanto cerco di rubare con gli occhi i segreti della grazia di Suva, l’agilità con cui si piega, si siede, si rialza. Si trova bene seduta a terra e la sua è una postura naturale perché non è rigida come quella che cerco di tenere io. Mi sono fatta male a un ginocchio, ho le vesciche ai piedi e i tendini che scricchiolano. Ma non mi arrendo. La cosa buffa è che io mi vedo goffa e trasandata, senza le mie creme, i miei cosmetici, i miei vestiti. Sempre in T-shirt, scarponi e pantaloni cargo. Eppure loro, i nepalesi, mi vedono bella. Anche senza trucco, con i capelli in disordine e vestita come un maschiaccio. Perché la bellezza è negli occhi di chi guarda e ci vede come veramente siamo.

Tredicesimo giorno
Perché proprio oggi? Oggi che ho finalmente visto il Chomologma (l’Everest), anche se solo dal finestrino di un aereo turistico? Non sono felice. Vorrei tornare a casa. Voglio tornare a casa con tutta me stessa. Voglio le mie cose, la mia vita, i miei odori… ho scoperto che l’odore di una persona cambia in base a ciò che mangia. Adesso il mio odore è quello del Nepal, delle sue spezie. E’ l’odore di una persona che non conosco. Non ho nessuno con cui condividere questi pensieri, nessuno con cui condividere l’emozione di aver visto la vetta più alta del mondo, il luogo più impervio del pianeta. Ho voglia di piangere e di farmi consolare. Ho voglia di fuggire da tutto questo sforzo contro me stessa, da questo mondo troppo diverso, da questo cibo sempre uguale. Sono pochi giorni che sono qui, meno di due settimane, ma il tempo ha assunto un significato diverso. Qui si dilata, non finisce mai, diventa eterno perché sempre uguale a se stesso. Eppure solo ieri parlavo con un anziano nepalese e dicevo che loro vivono, noi corriamo. E’ la corsa che mi manca? E quando sarò a casa, mi mancherà questo mondo di fango e di polvere? Di insetti, di sporcizia e di meravigliose distese di risaie verdi che riflettono il cielo come specchi? Forse è colpa del monsone. Forse se mi fosse stato possibile arrampicarmi fino a 4000 metri, adesso non mi sentirei così. Sola.

Quattordicesimo giorno
A volte basta poco. Come rendersi conto che tutta questa tristezza in realtà non è mai esistita, ma era solo uno squilibrio ormonale. Il ciclo mensile è arrivato puntuale. Sto malissimo, ma ho comunque preparato il risotto alla milanese per i miei nepalesi. Già, miei. Una famiglia intera che mi ha adottata. Vorrebbero che restassi con loro. Sono così poveri da non poter spendere 50 dollari per riparare la lavatrice, eppure sono così dignitosi. Mi vogliono bene sul serio e io non ho fatto niente per meritarmelo. Mi sono solo presentata qui, neanche invitata, dopo un paio di contatti su Internet con Raji. Perché lo fanno? Possibile che solo l’essere nati all’ombra di quello splendore di roccia che emergeva dalle nuvole li renda così speciali? Oppure è il fango, la fatica, i ragni e le lucertole con cui condivido la stanza? Il silenzio pieno solo del gracidio delle rane durante la notte? A loro non lo dico, ma ho una paura fottuta dei rumori estranei che sento nel buio. Mi aspetto chissà quali strani animali e spesso ne trovo. La notte scorsa è stato un millepiedi rosso sulla parete, che ho ucciso.
Non potevo farmi mancare uno degli stereotipi di un viaggio in Nepal: la marijuana. Te la regalano per strada, basta chiederla e poi, se vuoi, ti offrono di restare a fumare con loro. Hanno facce inquietanti, belle e selvagge come i pirati di Salgari. Facce dalle quali, istintivamente, girerei alla larga. E poi scopri che sono dolci, gentili, premurosi, disponibili. Forse solo quelli che vivono più a contatto con i turisti, hanno sviluppato una brutta tendenza al sorriso falso, alla malizia. Dovremmo lasciarli in pace, nelle loro risaie ai piedi dei monti più alti del mondo. E invece siamo qui, a guardarli con occhi da entomologo, un po’ schifati dalla loro scarsa igiene, dalle loro credenze, dalla loro immondizia nelle strade, dai fiumi di sangue che ho visto scorrere durante cruenti sacrifici di animali alla dea Kalì. Che strano mondo sto scoprendo.

Diciassettesimo giorno
Prima che partissi, mia madre mi ha detto: “ti prego, non tornare cambiata.”
Lei aveva paura di una conversione di tipo mistico-religioso. Non c’è pericolo, non amo le religioni, di nessuna specie. Però, forse, sono cambiata. I miei nepalesi mi stanno insegnando ad essere più spontanea nei gesti e nelle manifestazioni d’affetto. Loro sono molto più fisici di me, si toccano in continuazione e mi toccano. La cosa continua ad imbarazzarmi come se il mio corpo fosse qualcosa di sbagliato. Continuo a chiedermi cosa mi merito e cosa no. Eppure non esiste merito, come non esiste colpa. Qualche giorno fa, dopo aver volato sull’Everest, avevo solo voglia di star sola e piangere. Ma Susan era così entusiasta di essere venuto ad accompagnarmi che non potevo deluderlo. Un meccanismo perverso che, a quanto pare, scatta anche qui. Volevo piangere e stare sola, ho dovuto sorridere e chiacchierare. Come sono ciarlieri i nepalesi, in un paese dove il silenzio splende come un velo disteso su colline e risaie, loro devono parlare a tutti i costi. Non capisco nulla di quello che dicono, tranne pochissime parole, ma loro parlano lo stesso. E sorridono. Un popolo felice, nonostante tutto. Dove tutto sono paesini squallidi di cemento e mattoni come neanche la periferia di Napoli. Sono strade come pantani che imbrattano tutto. Sono bambini bellissimi e sporchi che chiedono l’elemosina. Ci sono paesaggi qui da togliere il fiato, ci sono bellezze che non si possono descrivere. Ma c’è anche tanto squallore. Quando cala la notte e la pioggia continua a martellare le colline, che fanno nelle loro capanne dal pavimento di fango? Che fanno davanti al loro piatto di riso, sempre lo stesso? Io so come dovrei rispondere: vivono, pienamente consapevoli di se stessi, senza il bisogno di stordirsi di TV o di altro per non pensare. Sono come animali, nel senso più bello del termine. Gli animali vivono, nascono, combattono, muoiono, consapevoli della loro esistenza come noi non saremo mai. Il loro scopo è mantenersi vivi il più a lungo possibile. Non ne conoscono altri perché altri non ce ne sono.
Mangio solo riso da quasi venti giorni e capisco adesso perché loro non si trattengono mai a tavola. Mangiare per loro non è un piacere, è una necessità che espletano in fretta per tornare a lavorare. Non sanno semplicemente cosa sia la gola. Preferiscono trascorrere il tempo libero nelle case pubbliche, sotto i portici, a chiacchierare o a giocare a carte. Le persone grasse sono poche, soprattutto donne sformate dalle gravidanze. Non possono ingrassare perché non mangiano per il gusto di mangiare. Mangiano per vivere.

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