lunedì 19 ottobre 2009

Filigrana di Bratislava



di Francesca Mazzucato

Vedo cose in filigrana a Bratislava, ipotesi di vita e storie in un internet point all’interno del supermercato Tesco( mi mancheranno i Tesco, ma non posso saperlo nel momento in cui scrivo)
Sto bene qui, come davanti al Palazzo Primaziale, zona completamente cablata.

Mi sto forse smaterializzando?
La mia essenza più intima e nuda è forse fatta di bytes?


Forse dimenticherò la moquette bordeaux dell’orrendo hotel, con le assicelle di plastica sopra la vasca da bagno quasi crollate, le macchie, le tracce troppo evidenti del passaggio di altri. La colazione è strana, in un hotel così “bisognoso”, così marginale, non te la aspetteresti talmente abbondante che ti permette quasi di saltare il pranzo. Osservo gli altri ospiti. Per alcuni questa decadenza post-sovietica non sembra essere affatto un problema. Io sono legata a comodità e a feticci rassicuranti, sono rituali della mente, esorcismi contro la morte



Che lingua può parlarmi, Bratislava?

Provo ad ascoltare ma percepisco solo echi distanti, che tendono a svanire, fuochi fatui. E’ la lingua dell’adattarsi. Delle screpolature con sopra i lustrini della globalizzazione selvaggia ancora pre euro ma per poco( ci sono stata nel 2008, è entrata nell’euro quest’anno).

La coca zero è ovunque. Anche Bata. Questo un po’ unisce ma l’architettura delle periferie è straniante. Ci sono italiani che cercano avventure sessuali. Parlano di investimenti, soldi, donne, culi, soldi, tette, soldi. Le loro voci sono una cacofonia sgradevole, mi deconcentrano.



La cosa strana che mi succede a Bratislava è sentirmi avvolta da un sentimento che definirei religioso. Quasi devozionale. Non è da me. Il grande palazzo del Primate, rosa, imponente, barocco, rifatto, stuccato, perfetto e per questo rassicurante diventa il nucleo, la partenza e l’arrivo, di ogni mio movimento all’interno della città. Passeggi per il centro e lo ritrovi sempre. E poi qui si diventa religiosi-superstiziosi per l’assenza, appunto di quei feticci rassicuranti.



Compro, quindi, incenso nepalese, una mala, un braccialetto con le pietre portafortuna e un minuscolo Buddha che sta nel portafoglio. La donna che mi consegna il tutto mi dice una frase in slovacco che non capisco ma che sento, so cosa vuol dire. Qualcosa come buona fortuna.



Claustrofobia. Fatica ad andarsene. L’hotel è in decadenza ed è clastrofobico in ogni angolo.

Il Danubio in pratica non c’è, se ne vedono piccoli sprazzi, partecipa poco alla fisionomia della città.
Città che si sta impegnando, si vede. Si impegna ogni giorno a inventarsi.

Lo farà, lo faranno. La inventeranno vera capitale.

( al ritorno mi scoprirò a ricordarla con tenerezza, ad avere in fondo amato i colori dei Piccoli Carpazi e anche tutta quella decadenza work-in -progress. Ci ripenso ogni tanto, persino a Zurigo, nella sua magnificenza, un palazzo mi ha fatto pensare a quello, tanto amato, del Primate)

immagine di Francesca Mazzucato

1 commento:

  1. Bellissimo post e sensazione condivisa. Ricordo una straniante, affascinante, ipnotica Mosca dell'inverno 1987. La piazza Rossa innevata alle due di notte, immacolata e la totale assenza dei segni dell'occidente: cartelloni pubblicitari, insegne, negozi. Straniente, appunto, come una civilta' altra.

    RispondiElimina