mercoledì 21 ottobre 2009

Appunti triestini e sloveni


Si sono arenati gli sgomenti del tempo usuale, i vuoti e i pieni hanno consistenze diverse e divise, è agosto, l’inizio della settimana in cui tutti DEVONO andare via, andare da qualche parte. Io vado via come vado via ogni mese. Accade. Viaggi che mischiano il lavoro a momenti di un rilassamento attento, che cerca sempre di captare qualcosa che meriti poi di essere scritto e narrato. E ogni cosa che scriverò, con i miei limiti, con i miei offuscamenti e preconcetti, merita e a volte pretende di essere scritta nel modo migliore possibile.

Lubiana. Le città hanno tratti comuni come i cuccioli degli animali. Lui mi dice sempre”hai le rotondità dei cuccioli “o anche, quando mi è capitato di trovare somiglianze fra l’espressione di un cigno di Zurigo e la nostra amata cavia, Popi”spesso uccelli e mammiferi sono filogeneticamente simili, e si ritrovano tratti comuni.”
Quando parla di animali l’ascolto sempre con grande attenzione. Li conosce, li osserva da tanto tempo. Li ama di un amore privo di leziosità.
Io trovo la somiglianza nelle città, ed è il primo pensiero che faccio arrivando a Lubiana. Forse manca un suo prepotente carattere in grado di imporsi? Non credo. Ci ritrovo attimi di Bratislava, istantanee ungheresi, qualche dettaglio di Zurigo- non i cigni, ma un fiume navigabile e molto bello con tanti ponti sormontati da draghi. E’ una città rilassante. Più di tutte le altre che ho elencato
Sono piene di energia le città con i fiumi, hanno come un bonus, qualcosa in più. Attorno, sulle due rive si riuniscono giovani neo-hippies, freak, europei girovaghi che fanno cattiva musica improvvisata, colorano le strade e vendono chincaglieria etnica
Scrivo sotto la statua di Preseren, il massimo poeta sloveno. A lui è intitolato un premio considerato il più importante riconoscimento letterario di questo paese che è stato dato a Boris Pahor. Il suo libro: “Qui è proibito parlare” mi accompagna in questo viaggio. Avrei voluto tanto parlare di Necropoli, ma mi sono mancate le parole e l’hanno fatto altri, molto bene. Questo è un libro straordinario. Mi rivela cose che non conoscevo, e di questo mi vergogno. Un capitolo troppo poco noto nella storia d’Italia, negli anni trenta, quando a Trieste si cercava di impedire agli sloveni di parlare la loro lingua, di perpetuare la loro cultura, leggere i loro libri. E’ la storia di una violenza talmente forte-attraverso questo si compiono le pulizie etniche-che a volte devo smettere di leggere per prendere fiato.
Scrivere accanto al poeta e vicino ai tre ponti è come un buon auspicio che fa fluire le parole. Parole che si fanno vibrisse, ricettivi magneti
Forse sanno l’italiano qui a Lubiana ma non lo parlano tutti volentieri. Lo noto. Io parlo inglese e quello lo conoscono tutti. Se capiscono che sono italiana ma parlo inglese me ne sono grati. Gruppi di italiani invece si ostinano, caparbiamente. Non si capisce perché in una capitale europea, anche se vicina, se non si conosce la lingua si debba pretendere la comprensione della propria.
E’ una forma di ignoranza che mi offende, che mi rende vergognosa. Forse sono residui di quell’orrida mentalità di cui narra così bene Pahor, quella che voleva cancellare la lingua e l’identità slovena. Forse siamo rimasti a quel punto, mai veramente evoluti, desiderosi di cancellare ciò che è diverso, che non ci somiglia e rassicura. Ci facciamo notare
Io cerco di mimetizzarmi. Quando viaggio è come se fossi in incognito. E’ un peso la mia italianità, soprattutto di questi tempi, ma non solo. Il vivere in parte in una terra di frontiera mi permettono di lenire parzialmente l’onere di un’appartenenza che non mi genera nessun orgoglio. Mi permette di sentirmi con un piede da una parte e uno dall’altra. Infatti mi chiedono se sono francese e spesso dico sì.
Folklore. E’ un edificio verde vicino a una chiese che rende carico di “folklore” un angolo di città? Non lo so. Cogliamo sempre troppo poco mondo, ci accontentiamo di impressioni rapide, sguardi veloci.

Lubiana è piena di gelatai e parrucchieri. Al mercato la gente contratta tutto, anche piccoli prezzi
Il seguito è a Trieste. Visito la Risiera di San Sabba. Per la prima volta. Il cuore mi si spezza in due parti. Avviene. Rimane spezzato e sanguinante nel silenzio di questo luogo, monumento laico all’orrore supremo.
Proiettano un documentario. La Risiera rappresentava in modo compiuto quello che è stato chiamato, anche da Imre Kertèsz, “l’universo concentrazionario”

A San Sabba, come negli altri lager, avviene il totale rovesciamento dei valori promesso dai nazisti. Lo sfregio assoluto all’umanità. L’impotenza. E poi, quando tutto finisce, i non so. Non sapevo niente. Non mi ricordo. Processi difficili. Criminali fuggiti. Echeggiano giustificazioni folli.
Alla Risiera, durante le esecuzioni, suonavano marce tedesche per coprire i rumori, le urla dei torturati e le grida dei condannati. Ascoltavano anche Lili Marlene, più spesso di altre,
Sulla Risiera dovrò tornare. Sarà necessario. Dopo, in città, visito le due chiese ortodosse, quella di San Nicolò, frequentata anche da James Joyce che era affascinato dal rito, e quella di San Spiridione, la meravigliosa chiesa serbo-ortodossa, vicina, anche alla statua di Joyce fissa sul ponte con la targa che estrapola la frase inviata a Nora:” La mia anima è a Trieste”. Lo so, si sente.
In entrambe le chiese accendo tre o quattro candele di quelle magre e marroni che si infilano nella sabbia. Compro anche due icone molto belle. Sono atea con un’attenzione alle filosofie orientali e al buddhismo theravada in particolare, ma credo nelle protezioni, nell’energia spirituale rappresentata dalle intenzioni di una comunità, migliaia di credenti, una storia. Il rito è carico di incanto, anche se non comprendo tutte le parole. Rimango fin quasi alla fine

Trieste è nostalgia, dannata nostalgia che non abbandona. Che rende necessario pensare a un nuovo viaggio, programmarlo. Crederlo prossimo.

2 commenti:

  1. nostalgia, tormento, dolore....bella questa pagina

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  2. Grazie Rosa. Mi vergogno un po' a esserci stata tanto tardi a visitare San Sabba. Avrei voluto e dovuto andarci prima. In ogni caso quella visita è stata indimenticabile, e l'architettura, non casuale, claustrofobica, tremenda, contribuisce a lasciare le tracce di tutto quell'orrore anche sulla pelle, in caso di perdita della memoria, cosa purtroppo talmente frequente. Avere dietro il libro di Pahor, e ripensare a Imre Kértes e alle sue considerazioni sul mondo concentrazionario sono state bussole importanti. Grazie della tua attenzione

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